Tre giorni di lavoro, una sconfitta contro l’ottava forza del ranking FIFA e il processo è già cominciato. Il ritorno di Roberto Mancini sulla panchina dell’Italia si è aperto con lo 0-2 contro il Belgio, sufficiente perché una parte della critica rispolverasse immediatamente sentenze e vecchi rancori. Eppure la Nazionale arriva da anni di fallimenti, fragilità tecniche e scorie psicologiche impossibili da cancellare in così poco tempo. Il CT ha commesso degli errori, certo. Ma trasformarlo subito nel problema significa confondere ancora una volta il sintomo con una malattia molto più profonda.
Tre allenamenti non fanno una squadra: il processo a Mancini parte troppo presto
Che l’Italia contro il Belgio abbia giocato male è difficile da contestare. La squadra è apparsa lunga, poco sincronizzata e incapace di applicare con continuità quei principi di riaggressione che il CT vorrebbe introdurre. I Diavoli Rossi, al contrario, si sono presentati come una squadra già riconoscibile, con distanze migliori, idee chiare e maggiore capacità di muoversi collettivamente.
Da qui, però, a trasformare la prima partita del Mancini-bis in un verdetto definitivo ce ne passa. Il classe '64 di Jesi aveva alle spalle appena tre giorni di lavoro, troppo pochi per incidere profondamente su meccanismi tattici e, soprattutto, su un gruppo di lavoro mentalmente provato come non mai dopo Zenica. Anche il dato del ranking fotografa il momento: Belgio ottavo, Italia quindicesima. Oggi una differenza di valori esiste e fingere che basti cambiare allenatore per cancellarla significa partire da una premessa sbagliata.
Roma non è stata costruita in un giorno e neppure questa Italia potrà esserlo. Gli errori andranno analizzati e corretti ma concedere a Mancini almeno il tempo necessario per provare a costruire qualcosa dovrebbe rappresentare il punto di partenza, non una concessione.
Il peso delle sconfitte non sparisce cambiando il nome sulla panchina
C’è poi una componente meno visibile di un modulo o delle scelte tattiche, seppur altrettanto importante. Molti degli uomini sui quali Mancini deve ricostruire la Nazionale hanno vissuto in prima persona gli ultimi fallimenti azzurri. Buona parte dei titolari contro il Belgio apparteneva infatti proprio a quei gruppi: un bagaglio che inevitabilmente pesa quando la squadra torna in campo e incontra le prime difficoltà.
Il Belgio dispone di una testa più libera e di una struttura collettiva superiore. L’Italia, invece, ha spesso dato l’impressione di essere ancora un insieme di singoli alla ricerca di soluzioni individuali piuttosto che una squadra capace di muoversi come un unico organismo. È proprio questa distanza che Mancini è stato richiamato a colmare. Non perché possieda una bacchetta magica, ma perché durante il suo primo mandato aveva già dimostrato di saper ottenere da un buon gruppo la miglior versione possibile, costruendo la Nazionale capace di arrivare fino all'insperato trionfo europeo nel 2021.
La risposta più utile alle critiche arriverà inevitabilmente dal campo, già contro la Turchia. E qualche cambiamento nell'undici titolare il CT sembra pronto a farlo. In difesa tornerà Bastoni dopo la squalifica e ci dovrebbe essere spazio anche per Kayode. A centrocampo Frattesi si candida per una maglia dal primo minuto, mentre Romano potrebbe essere gestito dopo un debutto complicato. Anche davanti le gerarchie restano aperte, con Raspadori e Maldini che verosimilmente troveranno maggiore spazio. Più che una bocciatura di chi ha giocato all’Olimpico, sarebbe il normale tentativo di trovare il prima possibile le combinazioni migliori.
Il problema viene da più lontano: Mancini può essere un alleato, non il capro espiatorio
Continuare a concentrare ogni discussione sul commissario tecnico rischia soprattutto di offrire un alibi a un sistema che da tempo mostra problemi molto più profondi. Il bacino della Nazionale si è progressivamente impoverito, i giovani italiani trovano meno spazio e manca quella continuità di uomini e riferimenti che in passato permetteva agli Azzurri di costruire identità consolidate. Cambiare allenatore può modificare un modulo o una metodologia, non può risolvere da solo questioni che riguardano l’intero movimento.
È qui che la critica del giorno dopo rischia di diventare controproducente. Cercare immediatamente un colpevole soddisfa la necessità di reagire a un’altra serata negativa, ma non avvicina di un centimetro la soluzione. Mancini non deve essere sottratto alle responsabilità tecniche: deve però essere giudicato per il lavoro che riuscirà a svolgere, non per ciò che non poteva materialmente costruire nel poco tempo a disposizione. La rifondazione richiede programmazione, investimenti, maggiore spazio per i giovani e soprattutto tempo.
“I fischi dell’Olimpico? Normali quando si perde, quando arriveremo in cima all’Everest sarà più bello...”, ha detto il CT. Oggi la vetta sembra lontanissima e forse proprio per questo la tentazione di sparare sul primo bersaglio disponibile è così forte. Ma Mancini quell’Everest lo ha già scalato cinque anni fa. Nessuno può garantire che ci riuscirà ancora. Prima di giudicare il secondo tentativo, però, bisognerebbe almeno concedergli il tempo di iniziare davvero la salita.
Tre giorni di lavoro, una sconfitta contro l’ottava forza del ranking FIFA e il processo è già cominciato. Il ritorno di Roberto Mancini sulla panchina dell’Italia si è aperto con lo 0-2 contro il Belgio, sufficiente perché una parte della critica rispolverasse immediatamente sentenze e vecchi rancori. Eppure la Nazionale arriva da anni di fallimenti, fragilità tecniche e scorie psicologiche impossibili da cancellare in così poco tempo. Il CT ha commesso degli errori, certo. Ma trasformarlo subito nel problema significa confondere ancora una volta il sintomo con una malattia molto più profonda.
Tre allenamenti non fanno una squadra: il processo a Mancini parte troppo presto
Che l’Italia contro il Belgio abbia giocato male è difficile da contestare. La squadra è apparsa lunga, poco sincronizzata e incapace di applicare con continuità quei principi di riaggressione che il CT vorrebbe introdurre. I Diavoli Rossi, al contrario, si sono presentati come una squadra già riconoscibile, con distanze migliori, idee chiare e maggiore capacità di muoversi collettivamente.
Da qui, però, a trasformare la prima partita del Mancini-bis in un verdetto definitivo ce ne passa. Il classe '64 di Jesi aveva alle spalle appena tre giorni di lavoro, troppo pochi per incidere profondamente su meccanismi tattici e, soprattutto, su un gruppo di lavoro mentalmente provato come non mai dopo Zenica. Anche il dato del ranking fotografa il momento: Belgio ottavo, Italia quindicesima. Oggi una differenza di valori esiste e fingere che basti cambiare allenatore per cancellarla significa partire da una premessa sbagliata.
Roma non è stata costruita in un giorno e neppure questa Italia potrà esserlo. Gli errori andranno analizzati e corretti ma concedere a Mancini almeno il tempo necessario per provare a costruire qualcosa dovrebbe rappresentare il punto di partenza, non una concessione.
Il peso delle sconfitte non sparisce cambiando il nome sulla panchina
C’è poi una componente meno visibile di un modulo o delle scelte tattiche, seppur altrettanto importante. Molti degli uomini sui quali Mancini deve ricostruire la Nazionale hanno vissuto in prima persona gli ultimi fallimenti azzurri. Buona parte dei titolari contro il Belgio apparteneva infatti proprio a quei gruppi: un bagaglio che inevitabilmente pesa quando la squadra torna in campo e incontra le prime difficoltà.
Il Belgio dispone di una testa più libera e di una struttura collettiva superiore. L’Italia, invece, ha spesso dato l’impressione di essere ancora un insieme di singoli alla ricerca di soluzioni individuali piuttosto che una squadra capace di muoversi come un unico organismo. È proprio questa distanza che Mancini è stato richiamato a colmare. Non perché possieda una bacchetta magica, ma perché durante il suo primo mandato aveva già dimostrato di saper ottenere da un buon gruppo la miglior versione possibile, costruendo la Nazionale capace di arrivare fino all'insperato trionfo europeo nel 2021.
La risposta più utile alle critiche arriverà inevitabilmente dal campo, già contro la Turchia. E qualche cambiamento nell'undici titolare il CT sembra pronto a farlo. In difesa tornerà Bastoni dopo la squalifica e ci dovrebbe essere spazio anche per Kayode. A centrocampo Frattesi si candida per una maglia dal primo minuto, mentre Romano potrebbe essere gestito dopo un debutto complicato. Anche davanti le gerarchie restano aperte, con Raspadori e Maldini che verosimilmente troveranno maggiore spazio. Più che una bocciatura di chi ha giocato all’Olimpico, sarebbe il normale tentativo di trovare il prima possibile le combinazioni migliori.
Il problema viene da più lontano: Mancini può essere un alleato, non il capro espiatorio
Continuare a concentrare ogni discussione sul commissario tecnico rischia soprattutto di offrire un alibi a un sistema che da tempo mostra problemi molto più profondi. Il bacino della Nazionale si è progressivamente impoverito, i giovani italiani trovano meno spazio e manca quella continuità di uomini e riferimenti che in passato permetteva agli Azzurri di costruire identità consolidate. Cambiare allenatore può modificare un modulo o una metodologia, non può risolvere da solo questioni che riguardano l’intero movimento.
È qui che la critica del giorno dopo rischia di diventare controproducente. Cercare immediatamente un colpevole soddisfa la necessità di reagire a un’altra serata negativa, ma non avvicina di un centimetro la soluzione. Mancini non deve essere sottratto alle responsabilità tecniche: deve però essere giudicato per il lavoro che riuscirà a svolgere, non per ciò che non poteva materialmente costruire nel poco tempo a disposizione. La rifondazione richiede programmazione, investimenti, maggiore spazio per i giovani e soprattutto tempo.
“I fischi dell’Olimpico? Normali quando si perde, quando arriveremo in cima all’Everest sarà più bello...”, ha detto il CT. Oggi la vetta sembra lontanissima e forse proprio per questo la tentazione di sparare sul primo bersaglio disponibile è così forte. Ma Mancini quell’Everest lo ha già scalato cinque anni fa. Nessuno può garantire che ci riuscirà ancora. Prima di giudicare il secondo tentativo, però, bisognerebbe almeno concedergli il tempo di iniziare davvero la salita.