Inter il record ha il volto di Chivu, 25 punti e la voglia infinita di vincere

Ci sono vittorie che entusiasmano, altre che convincono e alcune che, pur senza incantare, raccontano molto più di quanto possa fare una prestazione spettacolare. Quella conquistata dall’Inter sul campo del Venezia appartiene decisamente a quest’ultima categoria. Novanta minuti complicati, una squadra meno brillante del solito, due autoreti nel finale a decidere una partita che sembrava non volersi sbloccare. Eppure, al triplice fischio, il tabellone racconta una verità che va ben oltre il risultato: l’Inter è ancora lassù, dove abitano le grandi squadre.

Venticinque punti su ventisette disponibili. Otto vittorie, un pareggio, nessuna sconfitta. Numeri che non hanno bisogno di aggettivi, perché sono già sufficientemente eloquenti. La formazione di Cristian Chivu raggiunge la Lazio di Gattuso in testa alla classifica e, contemporaneamente, stabilisce un primato che la consegna alla storia nerazzurra: mai, nell’era dei tre punti a vittoria, l’Inter aveva raccolto tanto nelle prime nove giornate di campionato.

Un record che assume un significato ancora più profondo se si considera la straordinaria tradizione di un club capace, negli ultimi vent’anni, di costruire alcune delle formazioni più forti della sua storia.

Meglio di Conte, Inzaghi e delle grandi Inter del passato. Per comprendere la dimensione dell’impresa basta sfogliare gli almanacchi.

L’Inter di Simone Inzaghi, quella della seconda stella, dopo nove giornate della stagione 2023/24 aveva conquistato 22 punti. Un avvio eccellente, preludio a una cavalcata destinata a concludersi con il ventesimo scudetto. Persino l’Inter di José Mourinho, quella che avrebbe scritto la pagina più gloriosa della storia nerazzurra conquistando il Triplete nel 2010, non aveva saputo raggiungere un simile bottino nelle prime nove giornate.

E lo stesso vale per le grandi formazioni guidate da Roberto Mancini, capaci di dominare il calcio italiano per diverse stagioni, e per l’Inter di Antonio Conte, che nel 2021 avrebbe interrotto un digiuno di undici anni riportando il tricolore a Milano.

Ci era andata vicina anche la squadra di Luciano Spalletti nel 2017, partita con 22 punti nelle prime otto partite, prima di rallentare la propria marcia. Oggi Chivu guarda tutti dall’alto di quei 25 punti. Un risultato che non significa avere già vinto qualcosa, naturalmente, ma che certifica la continuità di un progetto tecnico capace di coniugare rendimento, personalità e una sorprendente capacità di reagire alle difficoltà.

Perché questa Inter non è sempre irresistibile. Non è una macchina perfetta e, qualche volta, concede persino troppo agli avversari. Ma possiede una qualità che spesso distingue le squadre importanti da quelle destinate a conquistare trofei: non accetta facilmente l’idea di perdere.

L’arte di non arrendersi mai.

Il dato forse più impressionante di questa prima parte di stagione non riguarda soltanto i punti conquistati, ma il modo in cui sono arrivati. Nelle prime otto giornate, ben tredici dei ventidue punti raccolti dall’Inter erano stati conquistati partendo da una situazione di svantaggio. Una statistica straordinaria, che aveva collocato i nerazzurri al vertice dei cinque maggiori campionati europei per capacità di rimonta.

Non è soltanto una questione di preparazione atletica, di profondità della rosa o di sostituzioni azzeccate. È qualcosa che appartiene alla sfera del carattere, alla convinzione di poter modificare il destino di una partita anche quando tutto sembra suggerire il contrario.

L’Inter va sotto, soffre, qualche volta perde lucidità. Ma difficilmente perde la propria identità. Lo abbiamo visto contro la Fiorentina, in una rimonta costruita con ostinazione quasi feroce. Lo abbiamo ritrovato, sotto una forma differente, anche a Venezia, dove i nerazzurri hanno avuto il merito di continuare a cercare una vittoria che tardava ad arrivare.

Un atteggiamento che porta inevitabilmente la firma di Cristian Chivu. Il tecnico rumeno ha trasmesso alla squadra quella durezza mentale che era stata una delle caratteristiche fondamentali della sua carriera da calciatore. Un uomo abituato a convivere con la pressione, con gli infortuni, con le difficoltà e con la responsabilità di indossare una maglia pesante. Oggi quella stessa determinazione sembra essere diventata patrimonio collettivo dei suoi giocatori.

Da stagista a professore: la rivincita di Cristian Chivu

Fa quasi sorridere ripensare a certi giudizi pronunciati quando l’Inter decise di affidargli la panchina. Cristian Chivu era un esordiente, un allenatore ancora tutto da scoprire, una scelta che molti considerarono un azzardo. Qualcuno arrivò perfino a liquidarlo con un’etichetta poco generosa: “lo stagista”.

Un appellativo che voleva sottolinearne la presunta inesperienza e che oggi, alla luce dei risultati, assume contorni quasi grotteschi. Perché quello stagista, al suo primo anno sulla panchina nerazzurra, ha conquistato uno scudetto e una Coppa Italia, dimostrando di possedere qualità che vanno ben oltre la semplice gestione di un gruppo ricco di talento.

Ha saputo costruire una squadra credibile, darle un’identità precisa e soprattutto convincerla che nessun traguardo fosse precluso. La sua seconda stagione, quella che spesso rappresenta il vero banco di prova per un allenatore emergente, sta offrendo risposte persino più convincenti della prima.

Vincere una volta può essere il frutto di una felice combinazione di circostanze. Confermarsi, quando gli avversari hanno imparato a conoscerti e ogni partita viene affrontata con l’obiettivo dichiarato di battere i campioni d’Italia, richiede qualcosa di diverso. Richiede idee, autorevolezza, capacità di rinnovarsi. E soprattutto quella credibilità che nessun contratto può garantire e che un allenatore può conquistare soltanto attraverso il lavoro quotidiano. Chivu sembra averla ottenuta senza bisogno di grandi proclami, lasciando che fosse il campo a parlare per lui.

La Lazio non molla, ma l’Inter conosce la strada

La classifica racconta anche un’altra storia affascinante: quella di una Lazio che, sotto la guida di Rino Gattuso, sta vivendo un inizio di campionato altrettanto straordinario. Venticinque punti anche per i biancocelesti, protagonisti della migliore partenza della loro storia al pari dei nerazzurri. Un rendimento che rende ancora più interessante il duello tra due allenatori accomunati da un passato di grandi battaglie sul campo e da una concezione del calcio nella quale il carattere rappresenta un valore imprescindibile.

Due squadre, due personalità forti, due tecnici che hanno fatto della determinazione una vera e propria filosofia. La differenza, almeno per il momento, sta nella consapevolezza di chi ha già percorso fino in fondo la strada che conduce al titolo.

L’Inter è campione d’Italia in carica. Conosce il peso delle partite decisive, sa gestire la pressione del primato e soprattutto ha imparato che gli scudetti si conquistano anche nelle giornate in cui il calcio migliore rimane negli spogliatoi. La vittoria di Venezia ne è una dimostrazione quasi emblematica.

Non tutte le partite possono essere dominate. Non sempre il talento riesce a imporsi attraverso il gioco. Qualche volta bisogna sporcarsi le mani, aspettare il momento giusto, resistere alla frustrazione e portare a casa ciò che conta. Tre punti, appunto. Gli stessi che si assegnano dopo una prestazione indimenticabile.

Ventidue scudetti? Il sogno comincia a prendere forma

Siamo soltanto alla nona giornata e sarebbe prematuro considerare già tracciato il destino di un campionato che deve ancora raccontare gran parte della propria storia. Gli impegni europei, gli infortuni, gli scontri diretti e gli inevitabili momenti di flessione rappresenteranno ostacoli che nessuno può permettersi di sottovalutare. Ma esiste una differenza sostanziale tra una squadra che sogna di vincere e una che sembra sapere esattamente ciò che vuole.

L’Inter di Chivu appartiene alla seconda categoria. Ha conquistato il ventunesimo scudetto nella passata stagione e oggi sembra intenzionata a trasformare quella vittoria nell’inizio di un nuovo ciclo. Non si accontenta di difendere il titolo, vuole ribadire la propria superiorità, continuare ad alimentare una storia che negli ultimi anni ha restituito ai nerazzurri il gusto delle grandi imprese. C’è un ventiduesimo scudetto da inseguire, una stagione da attraversare e una concorrenza che promette battaglia fino all’ultimo.

E forse il vero segreto di questo gruppo è proprio qui, nella capacità di guardare avanti senza lasciarsi distrarre troppo da ciò che è stato conquistato. Perché vincere è difficile, rivincere lo è ancora di più. Ma continuare ad avere fame dopo aver già assaporato il successo è il privilegio delle grandi squadre.

Chivu lo ha capito. La sua Inter sembra averlo imparato perfettamente. E allora, forse, è arrivato il momento di archiviare definitivamente quella vecchia battuta sullo stagista. Perché a giudicare dai risultati, il ragazzo ha già preso una cattedra. E continua a impartire lezioni.

Ci sono vittorie che entusiasmano, altre che convincono e alcune che, pur senza incantare, raccontano molto più di quanto possa fare una prestazione spettacolare. Quella conquistata dall’Inter sul campo del Venezia appartiene decisamente a quest’ultima categoria. Novanta minuti complicati, una squadra meno brillante del solito, due autoreti nel finale a decidere una partita che sembrava non volersi sbloccare. Eppure, al triplice fischio, il tabellone racconta una verità che va ben oltre il risultato: l’Inter è ancora lassù, dove abitano le grandi squadre.

Venticinque punti su ventisette disponibili. Otto vittorie, un pareggio, nessuna sconfitta. Numeri che non hanno bisogno di aggettivi, perché sono già sufficientemente eloquenti. La formazione di Cristian Chivu raggiunge la Lazio di Gattuso in testa alla classifica e, contemporaneamente, stabilisce un primato che la consegna alla storia nerazzurra: mai, nell’era dei tre punti a vittoria, l’Inter aveva raccolto tanto nelle prime nove giornate di campionato.

Un record che assume un significato ancora più profondo se si considera la straordinaria tradizione di un club capace, negli ultimi vent’anni, di costruire alcune delle formazioni più forti della sua storia.

Meglio di Conte, Inzaghi e delle grandi Inter del passato. Per comprendere la dimensione dell’impresa basta sfogliare gli almanacchi.

L’Inter di Simone Inzaghi, quella della seconda stella, dopo nove giornate della stagione 2023/24 aveva conquistato 22 punti. Un avvio eccellente, preludio a una cavalcata destinata a concludersi con il ventesimo scudetto. Persino l’Inter di José Mourinho, quella che avrebbe scritto la pagina più gloriosa della storia nerazzurra conquistando il Triplete nel 2010, non aveva saputo raggiungere un simile bottino nelle prime nove giornate.

E lo stesso vale per le grandi formazioni guidate da Roberto Mancini, capaci di dominare il calcio italiano per diverse stagioni, e per l’Inter di Antonio Conte, che nel 2021 avrebbe interrotto un digiuno di undici anni riportando il tricolore a Milano.

Ci era andata vicina anche la squadra di Luciano Spalletti nel 2017, partita con 22 punti nelle prime otto partite, prima di rallentare la propria marcia. Oggi Chivu guarda tutti dall’alto di quei 25 punti. Un risultato che non significa avere già vinto qualcosa, naturalmente, ma che certifica la continuità di un progetto tecnico capace di coniugare rendimento, personalità e una sorprendente capacità di reagire alle difficoltà.

Perché questa Inter non è sempre irresistibile. Non è una macchina perfetta e, qualche volta, concede persino troppo agli avversari. Ma possiede una qualità che spesso distingue le squadre importanti da quelle destinate a conquistare trofei: non accetta facilmente l’idea di perdere.

L’arte di non arrendersi mai.

Il dato forse più impressionante di questa prima parte di stagione non riguarda soltanto i punti conquistati, ma il modo in cui sono arrivati. Nelle prime otto giornate, ben tredici dei ventidue punti raccolti dall’Inter erano stati conquistati partendo da una situazione di svantaggio. Una statistica straordinaria, che aveva collocato i nerazzurri al vertice dei cinque maggiori campionati europei per capacità di rimonta.

Non è soltanto una questione di preparazione atletica, di profondità della rosa o di sostituzioni azzeccate. È qualcosa che appartiene alla sfera del carattere, alla convinzione di poter modificare il destino di una partita anche quando tutto sembra suggerire il contrario.

L’Inter va sotto, soffre, qualche volta perde lucidità. Ma difficilmente perde la propria identità. Lo abbiamo visto contro la Fiorentina, in una rimonta costruita con ostinazione quasi feroce. Lo abbiamo ritrovato, sotto una forma differente, anche a Venezia, dove i nerazzurri hanno avuto il merito di continuare a cercare una vittoria che tardava ad arrivare.

Un atteggiamento che porta inevitabilmente la firma di Cristian Chivu. Il tecnico rumeno ha trasmesso alla squadra quella durezza mentale che era stata una delle caratteristiche fondamentali della sua carriera da calciatore. Un uomo abituato a convivere con la pressione, con gli infortuni, con le difficoltà e con la responsabilità di indossare una maglia pesante. Oggi quella stessa determinazione sembra essere diventata patrimonio collettivo dei suoi giocatori.

Da stagista a professore: la rivincita di Cristian Chivu

Fa quasi sorridere ripensare a certi giudizi pronunciati quando l’Inter decise di affidargli la panchina. Cristian Chivu era un esordiente, un allenatore ancora tutto da scoprire, una scelta che molti considerarono un azzardo. Qualcuno arrivò perfino a liquidarlo con un’etichetta poco generosa: “lo stagista”.

Un appellativo che voleva sottolinearne la presunta inesperienza e che oggi, alla luce dei risultati, assume contorni quasi grotteschi. Perché quello stagista, al suo primo anno sulla panchina nerazzurra, ha conquistato uno scudetto e una Coppa Italia, dimostrando di possedere qualità che vanno ben oltre la semplice gestione di un gruppo ricco di talento.

Ha saputo costruire una squadra credibile, darle un’identità precisa e soprattutto convincerla che nessun traguardo fosse precluso. La sua seconda stagione, quella che spesso rappresenta il vero banco di prova per un allenatore emergente, sta offrendo risposte persino più convincenti della prima.

Vincere una volta può essere il frutto di una felice combinazione di circostanze. Confermarsi, quando gli avversari hanno imparato a conoscerti e ogni partita viene affrontata con l’obiettivo dichiarato di battere i campioni d’Italia, richiede qualcosa di diverso. Richiede idee, autorevolezza, capacità di rinnovarsi. E soprattutto quella credibilità che nessun contratto può garantire e che un allenatore può conquistare soltanto attraverso il lavoro quotidiano. Chivu sembra averla ottenuta senza bisogno di grandi proclami, lasciando che fosse il campo a parlare per lui.

La Lazio non molla, ma l’Inter conosce la strada

La classifica racconta anche un’altra storia affascinante: quella di una Lazio che, sotto la guida di Rino Gattuso, sta vivendo un inizio di campionato altrettanto straordinario. Venticinque punti anche per i biancocelesti, protagonisti della migliore partenza della loro storia al pari dei nerazzurri. Un rendimento che rende ancora più interessante il duello tra due allenatori accomunati da un passato di grandi battaglie sul campo e da una concezione del calcio nella quale il carattere rappresenta un valore imprescindibile.

Due squadre, due personalità forti, due tecnici che hanno fatto della determinazione una vera e propria filosofia. La differenza, almeno per il momento, sta nella consapevolezza di chi ha già percorso fino in fondo la strada che conduce al titolo.

L’Inter è campione d’Italia in carica. Conosce il peso delle partite decisive, sa gestire la pressione del primato e soprattutto ha imparato che gli scudetti si conquistano anche nelle giornate in cui il calcio migliore rimane negli spogliatoi. La vittoria di Venezia ne è una dimostrazione quasi emblematica.

Non tutte le partite possono essere dominate. Non sempre il talento riesce a imporsi attraverso il gioco. Qualche volta bisogna sporcarsi le mani, aspettare il momento giusto, resistere alla frustrazione e portare a casa ciò che conta. Tre punti, appunto. Gli stessi che si assegnano dopo una prestazione indimenticabile.

Ventidue scudetti? Il sogno comincia a prendere forma

Siamo soltanto alla nona giornata e sarebbe prematuro considerare già tracciato il destino di un campionato che deve ancora raccontare gran parte della propria storia. Gli impegni europei, gli infortuni, gli scontri diretti e gli inevitabili momenti di flessione rappresenteranno ostacoli che nessuno può permettersi di sottovalutare. Ma esiste una differenza sostanziale tra una squadra che sogna di vincere e una che sembra sapere esattamente ciò che vuole.

L’Inter di Chivu appartiene alla seconda categoria. Ha conquistato il ventunesimo scudetto nella passata stagione e oggi sembra intenzionata a trasformare quella vittoria nell’inizio di un nuovo ciclo. Non si accontenta di difendere il titolo, vuole ribadire la propria superiorità, continuare ad alimentare una storia che negli ultimi anni ha restituito ai nerazzurri il gusto delle grandi imprese. C’è un ventiduesimo scudetto da inseguire, una stagione da attraversare e una concorrenza che promette battaglia fino all’ultimo.

E forse il vero segreto di questo gruppo è proprio qui, nella capacità di guardare avanti senza lasciarsi distrarre troppo da ciò che è stato conquistato. Perché vincere è difficile, rivincere lo è ancora di più. Ma continuare ad avere fame dopo aver già assaporato il successo è il privilegio delle grandi squadre.

Chivu lo ha capito. La sua Inter sembra averlo imparato perfettamente. E allora, forse, è arrivato il momento di archiviare definitivamente quella vecchia battuta sullo stagista. Perché a giudicare dai risultati, il ragazzo ha già preso una cattedra. E continua a impartire lezioni.