Responsabilità. Questa la parola che Cristian Chivu ripete più spesso quando parla di sé da giovane, quando racconta di dove è arrivato ora, quando ripensa ai ragazzi che ha cresciuto calcisticamente. E forse anche umanamente. La responsabilità da bambino di portare avanti gli impegni scolastici e gli allenamenti di calcio, senza ricevere aiuti. La responsabilità di indossare la maglia della Nazionale rumena e di diventarne Capitano, rappresentando un intero paese. La responsabilità di allenare giovani adolescenti e di formarne il carattere oltre che le doti di calciatori. La responsabilità di allenare un club importante come l'Inter, con il quale aveva già vinto tutto da giocatore, e di accompagnare i “suoi" ragazzi verso obiettivi sempre più importanti. Tutto questo è frutto di un percorso, che non è stato sempre facile per l'attuale allenatore dei nerazzurri, ma che ha contribuito a farlo arrivare sulla panchina dell'Inter e ad essere il tecnico che da stagista è diventato maestro.
Un giovane Chivu che sognava la Nazionale
Quando era ragazzo, Cristian ha provato diversi sport prima di capire quale fosse la strada giusta per lui: aikido, karate, nuoto e addirittura sci di fondo. Poi il rettangolo verde è diventata casa. Spinto dall'esempio del padre, figura fondamentale per la sua formazione, Chivu ha iniziato a coltivare la sua passione per il calcio. Ma da subito ha dovuto imparare che il talento da solo non era sufficiente: servivano sacrificio, disciplina e capacità di cavarsela da solo. Partendo da piccoli “problemi”, come organizzarsi per arrivare in tempo a scuola dopo gli allenamenti utilizzando i mezzi pubblici, il giovane Cristian ha imparato a non chiedere aiuto e a cercare di trovare soluzioni nei momenti meno facili. Tutte cose che nel tempo gli sono state utilissime. Il primo grande obiettivo di Chivu calciatore non è stato diventare una stella del calcio mondiale, ma indossare la maglia della Romania. Rappresentare il proprio paese era l'obiettivo che lo spingeva ad allenarsi e a migliorare ogni giorno. E' la fine degli anni ‘80, Marco van Basten segnava un gol fantastico nella finale dell’Europeo (1988), l'anno successivo la Romania si qualificava al Mondiale con la storica partita contro la Danimarca. Piccoli grandi esempi di giocatori ai quali guardare e ai quali ispirarsi. E Chivu riesce perfettamente a calarsi in questa mentalità, tanto che a 19 anni si trasferisce ad Amsterdam per giocare nell'Ajax, diventandone Capitano dopo appena due anni. Un onore e una responsabilità che Chivu sente fortissimi: portare la fascia al braccio vuol dire tanto, bisogna mettere a disposizione del gruppo la propria professionalità, la propria maturità. Senza alimentare troppo il proprio ego: il rischio è questo. “secondo me bisogna avere anche una certa sensibilità nel capire cosa vuol dire essere un portatore di fascia. Se ci metti anche un po' di intelligenza emotiva in tutto ciò, credo che il livello di autostima aumenti di un bel po'”.
I giovani di oggi
Non possiamo paragonare i giovani di oggi a quelli delle generazioni passate. Lo sa bene Chivu, che ha iniziato la sua gavetta da allenatore con le giovanili Under14 dell'Inter. Quale banco di prova migliore di un gruppo di adolescenti per provare a tramandare la passione per il calcio, la professionalità e il senso di responsabilità che permettono di diventare grandi uomini e grandi giocatori? In un tempo nel quale si cerca sempre più di arrivare velocemente, nel quale si vuole sempre percorrere la strada più facile e meno faticosa, Chivu ha sempre cercato di capire i giovani, di ascoltarli e farli sentire capiti. E poi lavorare con loro unendo la preparazione tecnico-tattica al miglioramento delle caratteristiche di ogni singolo ragazzo. “La parte mentale fa tutto: l'approccio a come vuoi migliorarti e l'umiltà necessaria nel capire cosa ti serve per mantenere ambizione e motivazioni nel portare avanti tutti i giorni la stessa cosa”. L'esempio più rappresentativo di questa mentalità è sicuramente Pio Esposito. Le loro strade si sono incrociate per la prima volta proprio nell'Inter Under14, e da subito il tecnico ha deciso di concedergli responsabilità e spazio, puntando sulle sue qualità ma anche sulla sua capacità di reggere le pressioni. Poi la Primavera (2 anni sotto età), qualche partita in Youth League. Al suo primo anno in Primavera, Pio segna ben 16 gol, e a quel punto avrebbe potuto scegliere la strada più semplice: restare in quella categoria un altro anno, continuare a segnare e costruirsi una stagione da protagonista. Ma la decisione di Esposito è un'altra: il ragazzo esce dalla sua comfort zone e accetta il prestito allo Spezia, in Serie B, dove doveva ripartire da zero e dimostrare a tutti di poter stare in mezzo ai professionisti. Il primo anno non è stato semplice, ma lavorando sodo e impegnandosi al massimo, Pio è riuscito a farsi valere e la seconda stagione allo Spezia è stata quella della svolta: 19 gol in 39 partite. A quel punto il ragazzo non era più soltanto un talento della Primavera, ma un attaccante che aveva imparato a misurarsi con il calcio professionistico. Pio avrebbe potuto scegliere la strada più comoda, ma ha scelto quella più difficile. Rimanendo sempre in contatto con Chivu, che lo ha sostenuto “a distanza”. E che lo ha poi ritrovato a Milano, nell'Inter dei grandi, più pronto, più maturo, con la stessa fame e la stessa voglia di migliorarsi.
Un vincente, prima da calciatore, ora da allenatore
Da calciatore ha vinto tutto con l'Inter. In maglia nerazzurra ha vinto un Mondiale per Club, Scudetti, Coppe Itala, Supercoppe; sotto la guida di Mourinho ha conquistato uno storico Triplete. Proprio nel 2010 ha attraversato il momento più drammatico, quando dopo uno scontro di gioco ha riportato una frattura al cranio. Operato di urgenza, è riuscito a tornare in campo dopo soli due mesi e mezzo. E il mese successivo era in campo nella magica notte di Madrid che ha regalato all'Inter una Champions attesa da 45 anni. Ora che è seduto sulla panchina della squadra con cui ha raggiunto l'apice della carriera, la mentalità è sempre quella del Chivu giocatore. Quella per cui contano talento e doti tattiche, ma soprattutto personalità e gestione della pressione.
Chivu e la Champions: “Non esiste una ricetta per vincerla”
La vittoria della Champions da giocatore, nel 2010, ha insegnato a Chivu quanto questa competizione sia diversa dal Campionato. In Europa scatta qualcosa di particolare, non importa se sia la fase a gironi oppure un ottavo: c'è una grossa differenza per la motivazione individuale di un giocatore e per quella della squadra. Ora, da allenatore, ha imparato che gli investimenti e il talento non bastano. La Champions non si può programmare “Non esiste una ricetta che ti dà la certezza che puoi vincerla”. Solo con il passare dei mesi si capisce davvero quanto una squadra possa arrivare lontano: è una somma di tante cose che arrivano piano piano durante la stagione. I soldi, il talento e le idee sono importanti, ma nessuno di questi elementi garantisce il successo. E' l'insieme di tanti fattori, costruiti durante una stagione, a fare realmente la differenza. Niente proclami dunque, niente illusioni: ciò che conta è costruire passo dopo passo una squadra capace di arrivare a marzo ancora in corsa. Per poi giocarsi tutte le sue carte nei mesi decisivi.
Un obiettivo dopo l'altro
La cosa più importante per Chivu è il percorso di ciascun giocatore e, di conseguenza, di tutta la squadra. E' necessario darsi un obiettivo, non troppo grande, e poi una volta raggiunto porsene ancora un altro. In questo modo si crea quel modus operandi mentale che ti permette di non mollare mai, di trovare gli stimoli giusti ogni mattina, prima di ogni allenamento e prima di ogni partita. “Anche quando piove, anche quando nevica, anche quando sei stanco, anche quando hai fatto tardi la sera. Perché più sei disciplinato dal punto di vista mentale, più possibilità hai di farcela”. E' questo che Chivu cerca di trasmettere ai suoi ragazzi, che per lui sono come figli, e dei quali sente, come un papà, la responsabilità. Lavorare giorno dopo giorno, darsi obiettivi, superarli e fissarne altri. E' questo il segreto per avere sempre fame di vittoria, per non fermarsi davanti alle difficoltà che inevitabilmente si incontrano durante una stagione. Lavoro e mentalità vincente per continuare a portare l'Inter in alto.
La responsabilità è il filo rosso che unisce tutte le vite di Cristian Chivu. Da ragazzo, quando ha imparato a cavarsela da solo e a inseguire il sogno di una maglia da calciatore, fino agli anni da professionista quando ha portato sulle spalle il peso della fascia e delle grandi sfide. E quella stessa responsabilità è rimasta una volta smesso di giocare, e si è trasformata in una nuova missione: guidare gli altri. Oggi, sulla panchina dell'Inter, Chivu prova a trasmettere ai suoi giocatori ciò che la vita e il calcio hanno insegnato a lui: non cercare scorciatoie, affrontare le difficoltà e avere il coraggio di prendersi le proprie responsabilità. Il ragazzo che un tempo sognava di indossare la maglia della Romania e rappresentare il suo Paese oggi ha il compito di guidare l'Inter. Seguendo sempre quei valori che ha imparato a fare propri fin da giovane.
Responsabilità. Questa la parola che Cristian Chivu ripete più spesso quando parla di sé da giovane, quando racconta di dove è arrivato ora, quando ripensa ai ragazzi che ha cresciuto calcisticamente. E forse anche umanamente. La responsabilità da bambino di portare avanti gli impegni scolastici e gli allenamenti di calcio, senza ricevere aiuti. La responsabilità di indossare la maglia della Nazionale rumena e di diventarne Capitano, rappresentando un intero paese. La responsabilità di allenare giovani adolescenti e di formarne il carattere oltre che le doti di calciatori. La responsabilità di allenare un club importante come l'Inter, con il quale aveva già vinto tutto da giocatore, e di accompagnare i “suoi" ragazzi verso obiettivi sempre più importanti. Tutto questo è frutto di un percorso, che non è stato sempre facile per l'attuale allenatore dei nerazzurri, ma che ha contribuito a farlo arrivare sulla panchina dell'Inter e ad essere il tecnico che da stagista è diventato maestro.
Un giovane Chivu che sognava la Nazionale
Quando era ragazzo, Cristian ha provato diversi sport prima di capire quale fosse la strada giusta per lui: aikido, karate, nuoto e addirittura sci di fondo. Poi il rettangolo verde è diventata casa. Spinto dall'esempio del padre, figura fondamentale per la sua formazione, Chivu ha iniziato a coltivare la sua passione per il calcio. Ma da subito ha dovuto imparare che il talento da solo non era sufficiente: servivano sacrificio, disciplina e capacità di cavarsela da solo. Partendo da piccoli “problemi”, come organizzarsi per arrivare in tempo a scuola dopo gli allenamenti utilizzando i mezzi pubblici, il giovane Cristian ha imparato a non chiedere aiuto e a cercare di trovare soluzioni nei momenti meno facili. Tutte cose che nel tempo gli sono state utilissime. Il primo grande obiettivo di Chivu calciatore non è stato diventare una stella del calcio mondiale, ma indossare la maglia della Romania. Rappresentare il proprio paese era l'obiettivo che lo spingeva ad allenarsi e a migliorare ogni giorno. E' la fine degli anni ‘80, Marco van Basten segnava un gol fantastico nella finale dell’Europeo (1988), l'anno successivo la Romania si qualificava al Mondiale con la storica partita contro la Danimarca. Piccoli grandi esempi di giocatori ai quali guardare e ai quali ispirarsi. E Chivu riesce perfettamente a calarsi in questa mentalità, tanto che a 19 anni si trasferisce ad Amsterdam per giocare nell'Ajax, diventandone Capitano dopo appena due anni. Un onore e una responsabilità che Chivu sente fortissimi: portare la fascia al braccio vuol dire tanto, bisogna mettere a disposizione del gruppo la propria professionalità, la propria maturità. Senza alimentare troppo il proprio ego: il rischio è questo. “secondo me bisogna avere anche una certa sensibilità nel capire cosa vuol dire essere un portatore di fascia. Se ci metti anche un po' di intelligenza emotiva in tutto ciò, credo che il livello di autostima aumenti di un bel po'”.
I giovani di oggi
Non possiamo paragonare i giovani di oggi a quelli delle generazioni passate. Lo sa bene Chivu, che ha iniziato la sua gavetta da allenatore con le giovanili Under14 dell'Inter. Quale banco di prova migliore di un gruppo di adolescenti per provare a tramandare la passione per il calcio, la professionalità e il senso di responsabilità che permettono di diventare grandi uomini e grandi giocatori? In un tempo nel quale si cerca sempre più di arrivare velocemente, nel quale si vuole sempre percorrere la strada più facile e meno faticosa, Chivu ha sempre cercato di capire i giovani, di ascoltarli e farli sentire capiti. E poi lavorare con loro unendo la preparazione tecnico-tattica al miglioramento delle caratteristiche di ogni singolo ragazzo. “La parte mentale fa tutto: l'approccio a come vuoi migliorarti e l'umiltà necessaria nel capire cosa ti serve per mantenere ambizione e motivazioni nel portare avanti tutti i giorni la stessa cosa”. L'esempio più rappresentativo di questa mentalità è sicuramente Pio Esposito. Le loro strade si sono incrociate per la prima volta proprio nell'Inter Under14, e da subito il tecnico ha deciso di concedergli responsabilità e spazio, puntando sulle sue qualità ma anche sulla sua capacità di reggere le pressioni. Poi la Primavera (2 anni sotto età), qualche partita in Youth League. Al suo primo anno in Primavera, Pio segna ben 16 gol, e a quel punto avrebbe potuto scegliere la strada più semplice: restare in quella categoria un altro anno, continuare a segnare e costruirsi una stagione da protagonista. Ma la decisione di Esposito è un'altra: il ragazzo esce dalla sua comfort zone e accetta il prestito allo Spezia, in Serie B, dove doveva ripartire da zero e dimostrare a tutti di poter stare in mezzo ai professionisti. Il primo anno non è stato semplice, ma lavorando sodo e impegnandosi al massimo, Pio è riuscito a farsi valere e la seconda stagione allo Spezia è stata quella della svolta: 19 gol in 39 partite. A quel punto il ragazzo non era più soltanto un talento della Primavera, ma un attaccante che aveva imparato a misurarsi con il calcio professionistico. Pio avrebbe potuto scegliere la strada più comoda, ma ha scelto quella più difficile. Rimanendo sempre in contatto con Chivu, che lo ha sostenuto “a distanza”. E che lo ha poi ritrovato a Milano, nell'Inter dei grandi, più pronto, più maturo, con la stessa fame e la stessa voglia di migliorarsi.
Un vincente, prima da calciatore, ora da allenatore
Da calciatore ha vinto tutto con l'Inter. In maglia nerazzurra ha vinto un Mondiale per Club, Scudetti, Coppe Itala, Supercoppe; sotto la guida di Mourinho ha conquistato uno storico Triplete. Proprio nel 2010 ha attraversato il momento più drammatico, quando dopo uno scontro di gioco ha riportato una frattura al cranio. Operato di urgenza, è riuscito a tornare in campo dopo soli due mesi e mezzo. E il mese successivo era in campo nella magica notte di Madrid che ha regalato all'Inter una Champions attesa da 45 anni. Ora che è seduto sulla panchina della squadra con cui ha raggiunto l'apice della carriera, la mentalità è sempre quella del Chivu giocatore. Quella per cui contano talento e doti tattiche, ma soprattutto personalità e gestione della pressione.
Chivu e la Champions: “Non esiste una ricetta per vincerla”
La vittoria della Champions da giocatore, nel 2010, ha insegnato a Chivu quanto questa competizione sia diversa dal Campionato. In Europa scatta qualcosa di particolare, non importa se sia la fase a gironi oppure un ottavo: c'è una grossa differenza per la motivazione individuale di un giocatore e per quella della squadra. Ora, da allenatore, ha imparato che gli investimenti e il talento non bastano. La Champions non si può programmare “Non esiste una ricetta che ti dà la certezza che puoi vincerla”. Solo con il passare dei mesi si capisce davvero quanto una squadra possa arrivare lontano: è una somma di tante cose che arrivano piano piano durante la stagione. I soldi, il talento e le idee sono importanti, ma nessuno di questi elementi garantisce il successo. E' l'insieme di tanti fattori, costruiti durante una stagione, a fare realmente la differenza. Niente proclami dunque, niente illusioni: ciò che conta è costruire passo dopo passo una squadra capace di arrivare a marzo ancora in corsa. Per poi giocarsi tutte le sue carte nei mesi decisivi.
Un obiettivo dopo l'altro
La cosa più importante per Chivu è il percorso di ciascun giocatore e, di conseguenza, di tutta la squadra. E' necessario darsi un obiettivo, non troppo grande, e poi una volta raggiunto porsene ancora un altro. In questo modo si crea quel modus operandi mentale che ti permette di non mollare mai, di trovare gli stimoli giusti ogni mattina, prima di ogni allenamento e prima di ogni partita. “Anche quando piove, anche quando nevica, anche quando sei stanco, anche quando hai fatto tardi la sera. Perché più sei disciplinato dal punto di vista mentale, più possibilità hai di farcela”. E' questo che Chivu cerca di trasmettere ai suoi ragazzi, che per lui sono come figli, e dei quali sente, come un papà, la responsabilità. Lavorare giorno dopo giorno, darsi obiettivi, superarli e fissarne altri. E' questo il segreto per avere sempre fame di vittoria, per non fermarsi davanti alle difficoltà che inevitabilmente si incontrano durante una stagione. Lavoro e mentalità vincente per continuare a portare l'Inter in alto.
La responsabilità è il filo rosso che unisce tutte le vite di Cristian Chivu. Da ragazzo, quando ha imparato a cavarsela da solo e a inseguire il sogno di una maglia da calciatore, fino agli anni da professionista quando ha portato sulle spalle il peso della fascia e delle grandi sfide. E quella stessa responsabilità è rimasta una volta smesso di giocare, e si è trasformata in una nuova missione: guidare gli altri. Oggi, sulla panchina dell'Inter, Chivu prova a trasmettere ai suoi giocatori ciò che la vita e il calcio hanno insegnato a lui: non cercare scorciatoie, affrontare le difficoltà e avere il coraggio di prendersi le proprie responsabilità. Il ragazzo che un tempo sognava di indossare la maglia della Romania e rappresentare il suo Paese oggi ha il compito di guidare l'Inter. Seguendo sempre quei valori che ha imparato a fare propri fin da giovane.