Como, non chiamatela più favola

Ci sono squadre che vincono perché attraversano un buon momento e altre che, a un certo punto del loro percorso, cominciano a vincere perché hanno imparato come si fa. Il Como di Cesc Fabregas sembra ormai appartenere alla seconda categoria.

Tre giorni dopo la notte scintillante di Champions League contro il Lipsia, quella del debutto europeo trasformato in una festa con quattro gol e la sensazione di aver spalancato improvvisamente una porta sulla grande Europa, i lariani sono tornati al Sinigaglia e hanno fatto ciò che forse era persino più difficile: riportare i piedi per terra senza smettere di volare.

Una vittoria che esprime consapevolezza

Il 2-1 contro il Parma racconta proprio questo.
Non una serata da copertina, non una goleada da consegnare agli highlights, ma la vittoria di una squadra ormai consapevole della propria forza. Il Como ha avuto pazienza, ha mosso il pallone, ha cercato continuamente spazi e linee di passaggio, imponendo ancora una volta quella sua idea di calcio nella quale il possesso non diventa mai semplice ornamento. Il pallone serve per arrivare da qualche parte. Sempre.

Fabregas ha costruito una squadra che pensa mentre gioca. Ed è forse questa la qualità che oggi distingue maggiormente il Como. I suoi calciatori non sembrano limitarsi ad eseguire uno spartito: lo interpretano. Si muovono, cambiano posizione, cercano superiorità, accompagnano l’azione. Non è probabilmente un caso che contro il Parma siano stati due difensori, Jacobo Ramón e Kaiki, a trovare la via della rete. Il primo dopo una splendida iniziativa di Nico Paz, il secondo nel finale per mettere il sigillo su una partita che il Como aveva saputo indirizzare con continuità. Il gol di Romero nel recupero ha soltanto reso più stretto il risultato.

È il segnale di una squadra nella quale il gioco appartiene a tutti. Difendono gli attaccanti, costruiscono i centrali, segnano i difensori. Le etichette diventano relative perché è il sistema a esaltare gli interpreti. Ed è probabilmente qui che si vede più chiaramente la mano di Fabregas.

La mentalità di Fabregas

Il catalano ha portato sul lago una mentalità prima ancora che un modulo. Ha convinto un gruppo giovane e ambizioso che il coraggio non debba dipendere dal nome scritto sulla maglia dell’avversario. Lo aveva dimostrato andando a vincere a Napoli, lo ha ribadito travolgendo il Lipsia alla prima assoluta in Champions e lo conferma battendo il Parma pochi giorni dopo, quando sarebbe stato persino comprensibile pagare qualcosa sul piano delle energie e dell’euforia.

Invece niente sbornia europea.

Il Como torna in Serie A, cambia qualche interprete e continua a parlare la stessa lingua.
Ed è questo, forse, il passaggio definitivo tra una sorpresa e una grande squadra.
Perché la sorpresa vive di episodi. Una grande realtà vive invece di continuità.

Oggi il Como non deve più dimostrare di poter stare nella parte nobile del calcio italiano. Ci sta già. Non osserva più le grandi da lontano, con quella curiosità un po’ timida di chi è appena arrivato. Adesso entra in campo e prova a imporre il proprio calcio contro chiunque, con una naturalezza che forse rappresenta il risultato più importante del lavoro svolto negli ultimi anni.

Il Sinigaglia se ne sta accorgendo.
Quella che sembrava una splendida avventura sta diventando qualcosa di molto più concreto. Il Como cresce, vince, diverte e soprattutto sembra avere ancora margini enormi davanti a sé. Dopo quattro giornate di campionato è già arrivato a 10 punti, con tre successi consecutivi in Serie A, mentre in mezzo ha trovato anche il tempo di vivere una notte europea destinata a rimanere nella storia del club.

Forse, allora, dovremmo smettere di utilizzare la parola favola.
Le favole, prima o poi, finiscono.
Questo Como, invece, sembra avere appena cominciato

Ci sono squadre che vincono perché attraversano un buon momento e altre che, a un certo punto del loro percorso, cominciano a vincere perché hanno imparato come si fa. Il Como di Cesc Fabregas sembra ormai appartenere alla seconda categoria.

Tre giorni dopo la notte scintillante di Champions League contro il Lipsia, quella del debutto europeo trasformato in una festa con quattro gol e la sensazione di aver spalancato improvvisamente una porta sulla grande Europa, i lariani sono tornati al Sinigaglia e hanno fatto ciò che forse era persino più difficile: riportare i piedi per terra senza smettere di volare.

Una vittoria che esprime consapevolezza

Il 2-1 contro il Parma racconta proprio questo.Non una serata da copertina, non una goleada da consegnare agli highlights, ma la vittoria di una squadra ormai consapevole della propria forza. Il Como ha avuto pazienza, ha mosso il pallone, ha cercato continuamente spazi e linee di passaggio, imponendo ancora una volta quella sua idea di calcio nella quale il possesso non diventa mai semplice ornamento. Il pallone serve per arrivare da qualche parte. Sempre.

Fabregas ha costruito una squadra che pensa mentre gioca. Ed è forse questa la qualità che oggi distingue maggiormente il Como. I suoi calciatori non sembrano limitarsi ad eseguire uno spartito: lo interpretano. Si muovono, cambiano posizione, cercano superiorità, accompagnano l’azione. Non è probabilmente un caso che contro il Parma siano stati due difensori, Jacobo Ramón e Kaiki, a trovare la via della rete. Il primo dopo una splendida iniziativa di Nico Paz, il secondo nel finale per mettere il sigillo su una partita che il Como aveva saputo indirizzare con continuità. Il gol di Romero nel recupero ha soltanto reso più stretto il risultato.

È il segnale di una squadra nella quale il gioco appartiene a tutti. Difendono gli attaccanti, costruiscono i centrali, segnano i difensori. Le etichette diventano relative perché è il sistema a esaltare gli interpreti. Ed è probabilmente qui che si vede più chiaramente la mano di Fabregas.

La mentalità di Fabregas

Il catalano ha portato sul lago una mentalità prima ancora che un modulo. Ha convinto un gruppo giovane e ambizioso che il coraggio non debba dipendere dal nome scritto sulla maglia dell’avversario. Lo aveva dimostrato andando a vincere a Napoli, lo ha ribadito travolgendo il Lipsia alla prima assoluta in Champions e lo conferma battendo il Parma pochi giorni dopo, quando sarebbe stato persino comprensibile pagare qualcosa sul piano delle energie e dell’euforia.

Invece niente sbornia europea.

Il Como torna in Serie A, cambia qualche interprete e continua a parlare la stessa lingua.Ed è questo, forse, il passaggio definitivo tra una sorpresa e una grande squadra.Perché la sorpresa vive di episodi. Una grande realtà vive invece di continuità.

Oggi il Como non deve più dimostrare di poter stare nella parte nobile del calcio italiano. Ci sta già. Non osserva più le grandi da lontano, con quella curiosità un po’ timida di chi è appena arrivato. Adesso entra in campo e prova a imporre il proprio calcio contro chiunque, con una naturalezza che forse rappresenta il risultato più importante del lavoro svolto negli ultimi anni.

Il Sinigaglia se ne sta accorgendo.Quella che sembrava una splendida avventura sta diventando qualcosa di molto più concreto. Il Como cresce, vince, diverte e soprattutto sembra avere ancora margini enormi davanti a sé. Dopo quattro giornate di campionato è già arrivato a 10 punti, con tre successi consecutivi in Serie A, mentre in mezzo ha trovato anche il tempo di vivere una notte europea destinata a rimanere nella storia del club.

Forse, allora, dovremmo smettere di utilizzare la parola favola.Le favole, prima o poi, finiscono.Questo Como, invece, sembra avere appena cominciato