Quando giochi in un club come Real Madrid, Manchester City o Barcellona è troppo facile dichiarare di avere come obiettivo quello di voler vincere la Champions League. Ma se giochi nell’Inter che, arrivata comunque due volte in finale negli ultimi anni, ha costruito la propria squadra con i pochi soldi a disposizione, allora questa frase diventa più rischiosa. Yann Bisseck, però, non sembra avere paura delle armate europee e la sensazione è che, dopo la sfida in casa del Real, i nerazzurri ne siano usciti ancora più consapevoli dei propri mezzi. Certo, il margine d’errore in queste gare rasenta quasi lo zero ma il difensore tedesco ne è consapevole ed è fiducioso sui suoi compagni: “Ci dobbiamo muovere come una macchina perfetta, tutti e undici, compreso il portiere. Stiamo facendo abbastanza bene”.
L’importanza della comunicazione
C’è un aspetto fondamentale che è emerso durante l’intervista di Bisseck al Festival dello Sport di Trento: quando si parla di obiettivi, la Champions finisce sempre al centro del discorso. Non che sia sbagliato, chiaramente. Ma se guardiamo indietro e analizziamo le interviste anche alla dirigenza nerazzurra a inizio stagione, notiamo come il focus fosse semplicemente il campionato. L’obiettivo è, quindi, quello di vincere per due anni di fila lo Scudetto, cosa che all’Inter non è mai riuscita negli ultimi anni. Ed è forse questa la macchia del percorso nerazzurro: non essere riusciti a difendere lo Scudetto dopo averlo conquistato, impedendo così di aprire un vero e proprio ciclo in Italia.
Il braccetto destro ne parla con grande consapevolezza ma, alla fine, quando giochi nell’Inter e ti viene posta la domanda sull’obiettivo stagionale, la mente inconsapevolmente ti porta sempre alla Champions: “In Italia siamo i più forti e io lo dico. Ma dobbiamo dimostrarlo in campo. E alla fine dobbiamo vincere la Champions, no? Noi vogliamo vincere la Champions, lo posso dire. Siamo stati così vicini due volte. O meglio, una volta. Siamo forti, possiamo arrivare fino alla fine. Spero che avremo un'altra chance”. Nel complesso, quindi, sembra che i giocatori e la società abbiano fatto un patto per riuscire a vincere la Serie A il secondo anno consecutivo, ma la Champions è sempre troppo affascinante per chi non smette mai di sognare.
Il peso degli errori
Arrivato a Milano nel 2023, l’ex Colonia ha vissuto momenti positivi alternati a quelli più negativi, che gli hanno permesso di diventare il giocatore che è oggi. Se c’è però un errore di cui ancora oggi sente il peso e il dispiacere, è quello contro la Lazio: “L'episodio che mi è rimasto in testa? Il rigore contro la Lazio. Ha fatto male, avevamo fatto una buonissima gara e avevo anche segnato. Vedo sempre quell'immagine, mi dispiace per squadra e tifosi. Non sono contento sia successo, ma mi ha fatto crescere”.
La maturità raggiunta nell’ultimo periodo, infatti, passa molto da questa partita. Grazie anche ai suoi compagni, come Darmian, ha imparato tanto e ha lavorato soprattutto sulla mentalità e su come reagire all’errore: “Quando un difensore sbaglia è quasi sempre gol. lo cerco di dare la colpa ad altro, ai tacchetti o a qualsiasi cosa, così libero la testa. Non puoi farti condizionare per 70 minuti da un errore”.
Da Inzaghi a Chivu
Nel percorso affrontato dal difensore in questi ultimi anni, un ruolo importante l’hanno svolto i due allenatori che ha incontrato a Milano. Simone Inzaghi, con il quale ha vissuto la crescita dell’Inter fino alla finale di Champions League, e Cristian Chivu, arrivato dopo la separazione dal tecnico piacentino e chiamato a ripartire dopo una stagione complicata.
Entrambi, seppur diversi, sono riusciti a lasciargli qualcosa e il tedesco ne parla con molto entusiasmo: “Inzaghi era molto emozionale, viveva la partita come un calciatore. Chivu invece ci ha aiutato tanto, soprattutto a livello mentale”. La crescita, di cui parlavamo prima, è merito soprattutto di chi lo ha allenato e aiutato nei momenti più complicati.
Oggi il tedesco non è più soltanto il giovane difensore arrivato a Milano l’anno della seconda stella, ma un calciatore consapevole dei propri mezzi e della responsabilità di vestire la maglia nerazzurra. E forse è proprio da questa consapevolezza che nasce il coraggio di non tirarsi indietro davanti agli obiettivi più grandi.
Quando giochi in un club come Real Madrid, Manchester City o Barcellona è troppo facile dichiarare di avere come obiettivo quello di voler vincere la Champions League. Ma se giochi nell’Inter che, arrivata comunque due volte in finale negli ultimi anni, ha costruito la propria squadra con i pochi soldi a disposizione, allora questa frase diventa più rischiosa. Yann Bisseck, però, non sembra avere paura delle armate europee e la sensazione è che, dopo la sfida in casa del Real, i nerazzurri ne siano usciti ancora più consapevoli dei propri mezzi. Certo, il margine d’errore in queste gare rasenta quasi lo zero ma il difensore tedesco ne è consapevole ed è fiducioso sui suoi compagni: “Ci dobbiamo muovere come una macchina perfetta, tutti e undici, compreso il portiere. Stiamo facendo abbastanza bene”.
L’importanza della comunicazione
C’è un aspetto fondamentale che è emerso durante l’intervista di Bisseck al Festival dello Sport di Trento: quando si parla di obiettivi, la Champions finisce sempre al centro del discorso. Non che sia sbagliato, chiaramente. Ma se guardiamo indietro e analizziamo le interviste anche alla dirigenza nerazzurra a inizio stagione, notiamo come il focus fosse semplicemente il campionato. L’obiettivo è, quindi, quello di vincere per due anni di fila lo Scudetto, cosa che all’Inter non è mai riuscita negli ultimi anni. Ed è forse questa la macchia del percorso nerazzurro: non essere riusciti a difendere lo Scudetto dopo averlo conquistato, impedendo così di aprire un vero e proprio ciclo in Italia.
Il braccetto destro ne parla con grande consapevolezza ma, alla fine, quando giochi nell’Inter e ti viene posta la domanda sull’obiettivo stagionale, la mente inconsapevolmente ti porta sempre alla Champions: “In Italia siamo i più forti e io lo dico. Ma dobbiamo dimostrarlo in campo. E alla fine dobbiamo vincere la Champions, no? Noi vogliamo vincere la Champions, lo posso dire. Siamo stati così vicini due volte. O meglio, una volta. Siamo forti, possiamo arrivare fino alla fine. Spero che avremo un'altra chance”. Nel complesso, quindi, sembra che i giocatori e la società abbiano fatto un patto per riuscire a vincere la Serie A il secondo anno consecutivo, ma la Champions è sempre troppo affascinante per chi non smette mai di sognare.
Il peso degli errori
Arrivato a Milano nel 2023, l’ex Colonia ha vissuto momenti positivi alternati a quelli più negativi, che gli hanno permesso di diventare il giocatore che è oggi. Se c’è però un errore di cui ancora oggi sente il peso e il dispiacere, è quello contro la Lazio: “L'episodio che mi è rimasto in testa? Il rigore contro la Lazio. Ha fatto male, avevamo fatto una buonissima gara e avevo anche segnato. Vedo sempre quell'immagine, mi dispiace per squadra e tifosi. Non sono contento sia successo, ma mi ha fatto crescere”. La maturità raggiunta nell’ultimo periodo, infatti, passa molto da questa partita. Grazie anche ai suoi compagni, come Darmian, ha imparato tanto e ha lavorato soprattutto sulla mentalità e su come reagire all’errore: “Quando un difensore sbaglia è quasi sempre gol. lo cerco di dare la colpa ad altro, ai tacchetti o a qualsiasi cosa, così libero la testa. Non puoi farti condizionare per 70 minuti da un errore”.
Da Inzaghi a Chivu
Nel percorso affrontato dal difensore in questi ultimi anni, un ruolo importante l’hanno svolto i due allenatori che ha incontrato a Milano. Simone Inzaghi, con il quale ha vissuto la crescita dell’Inter fino alla finale di Champions League, e Cristian Chivu, arrivato dopo la separazione dal tecnico piacentino e chiamato a ripartire dopo una stagione complicata.
Entrambi, seppur diversi, sono riusciti a lasciargli qualcosa e il tedesco ne parla con molto entusiasmo: “Inzaghi era molto emozionale, viveva la partita come un calciatore. Chivu invece ci ha aiutato tanto, soprattutto a livello mentale”. La crescita, di cui parlavamo prima, è merito soprattutto di chi lo ha allenato e aiutato nei momenti più complicati.
Oggi il tedesco non è più soltanto il giovane difensore arrivato a Milano l’anno della seconda stella, ma un calciatore consapevole dei propri mezzi e della responsabilità di vestire la maglia nerazzurra. E forse è proprio da questa consapevolezza che nasce il coraggio di non tirarsi indietro davanti agli obiettivi più grandi.