Ci sono momenti nei quali il calcio dovrebbe smettere di dividere. Sessanta secondi in cui non esistono colori, rivalità, derby, sfottò o vecchi rancori. Esiste soltanto il rispetto.
È quello che il calcio italiano aveva deciso di tributare a Sandro Mazzola, scomparso a 83 anni. Un minuto di raccoglimento su tutti i campi per salutare uno dei grandi protagonisti della nostra storia sportiva.
Sessanta secondi: troppi, evidentemente, per qualcuno
Prima di Juventus-Atalanta, all’Allianz Stadium di Torino, una parte della Curva Sud bianconera ha scelto di voltare le spalle al terreno di gioco durante il ricordo di Mazzola, intonando cori e scandendo i nomi di Gaetano Scirea, Andrea Fortunato e Gianni Agnelli.
Una scena triste. E soprattutto inutile.
Perché ricordare Scirea, Fortunato o l’Avvocato Agnelli è assolutamente legittimo. Sono figure che appartengono alla storia della Juventus e, nel caso di Scirea, alla memoria più nobile di tutto il calcio italiano. Ma utilizzarne il nome proprio nei sessanta secondi dedicati alla scomparsa di un altro campione significa trasformare il ricordo in contrapposizione.
Ed è esattamente ciò di cui il calcio non ha bisogno
Va detto con altrettanta chiarezza che quella parte della curva non rappresenta l’intero popolo juventino. Il resto dello Stadium ha applaudito Sandro Mazzola e ha rispettato il momento. Ed è una distinzione importante, perché generalizzare sarebbe commettere lo stesso errore che si vuole denunciare.
Ma ciò non rende meno grave quello che è accaduto.
Mazzola non era semplicemente “un interista”.
Era Sandro Mazzola.
Quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali con la maglia nerazzurra. Era uno degli uomini simbolo della Grande Inter di Helenio Herrera, il ragazzo diventato campione portandosi addosso un cognome enorme, quello di Valentino, senza mai vivere soltanto della gloria di suo padre.
Con la Nazionale italiana ha collezionato 70 presenze e 22 reti. È stato campione d’Europa nel 1968 e vicecampione del mondo a Messico ’70.
Prima ancora della maglia dell’Inter, quindi, c’era quella azzurra, quella di tutti
Sandro Mazzola apparteneva a quella generazione di campioni che riusciva a essere profondamente identificata con un club senza smettere per questo di essere rispettata dagli avversari. Si poteva temerlo, contrastarlo, perfino detestarlo sportivamente quando entrava in campo contro la propria squadra. Ma una volta terminata la partita rimaneva il campione.
E davanti alla morte rimane soltanto l’uomo.
È qui che il gesto dello Stadium assume un significato ancora più sgradevole.
Il tifo senza rispetto non è passione. È soltanto rumore.
Essere tifosi significa amare una maglia, difenderne i colori, soffrire per una sconfitta e gioire per una vittoria. Significa anche vivere rivalità che rendono il calcio magnifico proprio perché sono profonde, viscerali, spesso tramandate di padre in figlio.
Ma esiste un confine
E quel confine si chiama rispetto.
Voltare le spalle davanti alla memoria di un uomo scomparso non rende più juventini. Come non renderebbe più interisti, milanisti, romanisti o appartenenti a qualsiasi altra tifoseria fare la stessa cosa davanti alla morte di un grande avversario.
Ci sono gesti che non hanno colore.
E ci sono silenzi che valgono molto più di mille cori.
Per questo episodi del genere non possono essere liquidati come una semplice intemperanza da stadio. Il calcio professionistico ha una responsabilità educativa enorme, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni che guardano quelle curve, ne imitano i gesti e spesso ne assorbono linguaggi e comportamenti.
Condannare ciò che è accaduto non spetta soltanto ai giornalisti, ai commentatori o all’opinione pubblica.
Spetta soprattutto alle società.
La Juventus, come qualunque grande club si trovasse davanti a un episodio simile, ha il dovere morale di prendere le distanze con chiarezza da certi atteggiamenti. Non per mettere sotto processo un’intera tifoseria, che infatti in gran parte ha dimostrato rispetto, ma proprio per tutelare quella maggioranza silenziosa che conosce la differenza tra rivalità e inciviltà.
Censurare un comportamento del genere significa difendere la propria storia, non attaccare i propri tifosi.
Perché la Juventus di Gaetano Scirea, paradossalmente evocato durante quei sessanta secondi, ha rappresentato anche eleganza, correttezza e rispetto dell’avversario. Usarne il nome per disturbare l’omaggio a Sandro Mazzola significa dimenticare proprio ciò che Scirea ha incarnato durante tutta la sua vita.
In serata, il club bianconero ha diramato una nota sul sito ufficiale: "Non c'è rivalità che possa giustificare la mancanza di rispetto durante un minuto di silenzio. Onorare la memoria e unirsi nel ricordo durante i momenti di commemorazione rappresenta una responsabilità comune che trascende appartenenze e colori".
Il calcio dovrebbe insegnarci che si può essere avversari senza diventare nemici.
Che si può indossare una maglia per tutta la vita e riconoscere ugualmente la grandezza di chi ne ha indossata un’altra.
Sandro Mazzola è stato nerazzurro fino all’anima. È stato campione, bandiera e simbolo dell’Inter.
Ma prima ancora è stato un grande calciatore italiano.
Uno di quelli che hanno portato il nostro calcio nel mondo.
Di fronte alla sua memoria non serviva essere interisti.
Serviva soltanto essere sportivi.
E, per sessanta secondi, semplicemente rispettosi.
Ci sono momenti nei quali il calcio dovrebbe smettere di dividere. Sessanta secondi in cui non esistono colori, rivalità, derby, sfottò o vecchi rancori. Esiste soltanto il rispetto.
È quello che il calcio italiano aveva deciso di tributare a Sandro Mazzola, scomparso a 83 anni. Un minuto di raccoglimento su tutti i campi per salutare uno dei grandi protagonisti della nostra storia sportiva.
Sessanta secondi: troppi, evidentemente, per qualcuno
Prima di Juventus-Atalanta, all’Allianz Stadium di Torino, una parte della Curva Sud bianconera ha scelto di voltare le spalle al terreno di gioco durante il ricordo di Mazzola, intonando cori e scandendo i nomi di Gaetano Scirea, Andrea Fortunato e Gianni Agnelli.
Una scena triste. E soprattutto inutile.Perché ricordare Scirea, Fortunato o l’Avvocato Agnelli è assolutamente legittimo. Sono figure che appartengono alla storia della Juventus e, nel caso di Scirea, alla memoria più nobile di tutto il calcio italiano. Ma utilizzarne il nome proprio nei sessanta secondi dedicati alla scomparsa di un altro campione significa trasformare il ricordo in contrapposizione.
Ed è esattamente ciò di cui il calcio non ha bisogno
Va detto con altrettanta chiarezza che quella parte della curva non rappresenta l’intero popolo juventino. Il resto dello Stadium ha applaudito Sandro Mazzola e ha rispettato il momento. Ed è una distinzione importante, perché generalizzare sarebbe commettere lo stesso errore che si vuole denunciare.
Ma ciò non rende meno grave quello che è accaduto.Mazzola non era semplicemente “un interista”.Era Sandro Mazzola.
Quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali con la maglia nerazzurra. Era uno degli uomini simbolo della Grande Inter di Helenio Herrera, il ragazzo diventato campione portandosi addosso un cognome enorme, quello di Valentino, senza mai vivere soltanto della gloria di suo padre.
Con la Nazionale italiana ha collezionato 70 presenze e 22 reti. È stato campione d’Europa nel 1968 e vicecampione del mondo a Messico ’70.
Prima ancora della maglia dell’Inter, quindi, c’era quella azzurra, quella di tutti
Sandro Mazzola apparteneva a quella generazione di campioni che riusciva a essere profondamente identificata con un club senza smettere per questo di essere rispettata dagli avversari. Si poteva temerlo, contrastarlo, perfino detestarlo sportivamente quando entrava in campo contro la propria squadra. Ma una volta terminata la partita rimaneva il campione.
E davanti alla morte rimane soltanto l’uomo.È qui che il gesto dello Stadium assume un significato ancora più sgradevole.Il tifo senza rispetto non è passione. È soltanto rumore.Essere tifosi significa amare una maglia, difenderne i colori, soffrire per una sconfitta e gioire per una vittoria. Significa anche vivere rivalità che rendono il calcio magnifico proprio perché sono profonde, viscerali, spesso tramandate di padre in figlio.
Ma esiste un confine
E quel confine si chiama rispetto.Voltare le spalle davanti alla memoria di un uomo scomparso non rende più juventini. Come non renderebbe più interisti, milanisti, romanisti o appartenenti a qualsiasi altra tifoseria fare la stessa cosa davanti alla morte di un grande avversario.
Ci sono gesti che non hanno colore.E ci sono silenzi che valgono molto più di mille cori.Per questo episodi del genere non possono essere liquidati come una semplice intemperanza da stadio. Il calcio professionistico ha una responsabilità educativa enorme, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni che guardano quelle curve, ne imitano i gesti e spesso ne assorbono linguaggi e comportamenti.
Condannare ciò che è accaduto non spetta soltanto ai giornalisti, ai commentatori o all’opinione pubblica.Spetta soprattutto alle società.
La Juventus, come qualunque grande club si trovasse davanti a un episodio simile, ha il dovere morale di prendere le distanze con chiarezza da certi atteggiamenti. Non per mettere sotto processo un’intera tifoseria, che infatti in gran parte ha dimostrato rispetto, ma proprio per tutelare quella maggioranza silenziosa che conosce la differenza tra rivalità e inciviltà.
Censurare un comportamento del genere significa difendere la propria storia, non attaccare i propri tifosi.Perché la Juventus di Gaetano Scirea, paradossalmente evocato durante quei sessanta secondi, ha rappresentato anche eleganza, correttezza e rispetto dell’avversario. Usarne il nome per disturbare l’omaggio a Sandro Mazzola significa dimenticare proprio ciò che Scirea ha incarnato durante tutta la sua vita.
In serata, il club bianconero ha diramato una nota sul sito ufficiale: "Non c'è rivalità che possa giustificare la mancanza di rispetto durante un minuto di silenzio. Onorare la memoria e unirsi nel ricordo durante i momenti di commemorazione rappresenta una responsabilità comune che trascende appartenenze e colori".
Il calcio dovrebbe insegnarci che si può essere avversari senza diventare nemici.Che si può indossare una maglia per tutta la vita e riconoscere ugualmente la grandezza di chi ne ha indossata un’altra.
Sandro Mazzola è stato nerazzurro fino all’anima. È stato campione, bandiera e simbolo dell’Inter.Ma prima ancora è stato un grande calciatore italiano.Uno di quelli che hanno portato il nostro calcio nel mondo.
Di fronte alla sua memoria non serviva essere interisti.Serviva soltanto essere sportivi.E, per sessanta secondi, semplicemente rispettosi.