50 anni fenomenali! Buon compleanno Ronaldo

Ci sono campioni che si ricordano per ciò che hanno vinto. Altri per i gol, per i trofei, per le maglie indossate. Poi esistono calciatori per i quali tutto questo sembra quasi insufficiente. Perché hanno cambiato il modo di guardare il calcio.

Ronaldo Luís Nazário de Lima compie oggi 50 anni. Nato il 18 settembre 1976 a Itaguaí, nello Stato di Rio de Janeiro, arrivò al mondo in una famiglia con pochissimi mezzi. Il pallone, in quelle strade brasiliane, non era ancora una professione. Era libertà.
Cinquant’anni dopo quel bambino è semplicemente il Fenomeno.

Non un soprannome costruito dal marketing. Una definizione quasi necessaria per spiegare qualcosa che, sul campo, sembrava non appartenere alle normali possibilità di un essere umano.

Ronaldo aveva il corpo di un centravanti e i piedi di un numero dieci. Partiva da fermo e in pochi metri diventava imprendibile. Saltava il primo uomo, il secondo, spesso anche il portiere. Possedeva una combinazione di tecnica, velocità, forza e istinto che alla metà degli anni Novanta sembrò anticipare di vent’anni l’evoluzione dell’attaccante moderno.

Cruzeiro, PSV Eindhoven, Barcellona

Ogni tappa aggiungeva qualcosa alla leggenda. Ma nell’estate del 1997 Massimo Moratti decise che quel ragazzo doveva vestire di nerazzurro. Ronaldo arrivò a Milano e trovò una città pronta ad accoglierlo come si accoglie una rockstar. Migliaia di persone lo aspettarono, l’Inter tornò improvvisamente al centro del mondo e il campionato italiano, allora probabilmente il più competitivo del pianeta, si preparò a conoscere un giocatore diverso da tutti gli altri.
La prima stagione resta una sequenza di immagini.

Le accelerazioni impossibili

Le finte senza toccare il pallone. I portieri messi a sedere. Il derby. Mosca, con Ronaldo che sembrava galleggiare sul fango mentre tutti gli altri affondavano. Parigi, finale di Coppa UEFA contro la Lazio: lancio verso il numero 10, Marchegiani davanti, una serie di movimenti talmente rapidi da trasformare il portiere in una comparsa e poi il pallone depositato in rete.

Quella Coppa UEFA del 1998 rimase il grande trofeo della sua storia interista

Il suo primo Pallone d’Oro era arrivato pochi mesi prima, nel 1997. Il secondo sarebbe arrivato nel 2002.
Ma raccontare Ronaldo soltanto attraverso le meraviglie sarebbe raccontarne metà.
Perché la sua è stata anche una delle più struggenti storie di caduta e resurrezione che il calcio abbia conosciuto.

Il 21 novembre 1999 il ginocchio cominciò a chiedergli il conto. Poi arrivò il 12 aprile 2000, Olimpico di Roma, finale di Coppa Italia contro la Lazio. Ronaldo tornava dopo mesi. Entrò in campo. Sei minuti. Un movimento, il ginocchio che cedette, il Fenomeno a terra.
Le sue urla e le sue lacrime fecero il giro del mondo.

Sembrava la fine

L’Inter lo aspettò. Moratti lo aspettò. I tifosi lo aspettarono. Perché il rapporto fra Ronaldo e il presidente nerazzurro andò sempre oltre quello tradizionale fra proprietario e calciatore. Moratti aveva acquistato il giocatore più forte del mondo e si ritrovò ad accompagnare un ragazzo attraverso il periodo più fragile della sua carriera.

Ronaldo avrebbe ricordato quell’affetto per tutta la vita.
Il suo recupero richiese quasi due anni e il ritorno ad altissimo livello sembrava, per molti, semplicemente impossibile.

E invece Ronaldo fece Ronaldo

Nel 2002 si presentò al Mondiale quasi come una scommessa. Luiz Felipe Scolari credette in lui quando molti dubitavano che il suo corpo potesse ancora sopportare una competizione di quel livello.
Segnò otto gol.
Due arrivarono nella finale contro la Germania.
Brasile campione del mondo.

Quel giocatore che pochi mesi prima cercava ancora di capire se sarebbe mai tornato davvero se stesso sollevava la Coppa del Mondo con quel curioso triangolino di capelli sulla fronte, diventato nel frattempo un’icona planetaria. La Seleção aveva ritrovato il suo numero nove e il Fenomeno aveva sconfitto la paura.
E proprio mentre il mondo celebrava la sua resurrezione, Milano si preparava all’addio.

Pochi mesi prima c’era stato il 5 maggio 2002, la Lazio, lo scudetto perduto all’ultima giornata e quelle lacrime sulla panchina dell’Olimpico dopo la sostituzione. Poi il rapporto sempre più difficile con Héctor Cúper.
Il legame fra i due era ormai logoro. Ronaldo mise Moratti davanti a una scelta: lui o l’allenatore. Il presidente decise di confermare Cúper e il Fenomeno partì per il Real Madrid.

Fu una separazione dolorosa

Anni dopo Ronaldo avrebbe ammesso di aver sbagliato a mettere Moratti con le spalle al muro. Cúper, dal canto suo, contestò sempre la versione secondo cui fosse stato lui la vera causa dell’addio.
Restò comunque una frattura impossibile da ricomporre.

Per molti interisti quella partenza fu vissuta quasi come un tradimento.
Forse perché l’amore era stato enorme.
Con l’Inter Ronaldo giocò 99 partite e segnò 59 gol. I numeri raccontano qualcosa, ma non abbastanza. Non spiegano l’attesa quando prendeva palla a quaranta metri dalla porta. Non raccontano quella strana sensazione per cui lo stadio sembrava alzarsi in piedi un secondo prima che succedesse qualcosa. Non raccontano ciò che significò vedere un uomo con quella struttura fisica muoversi con la leggerezza di un fantasista.

Dopo Milano ci furono il Real Madrid, ancora gol e trofei, poi il Milan, il Corinthians e infine il tempo inevitabile dell’addio al calcio.
Ma Ronaldo aveva già vinto la sua partita più importante.

Non quella contro la Germania a Yokohama, quella contro il proprio corpo

Ha conosciuto il Pallone d’Oro e le stampelle, gli stadi pieni e le sale operatorie, l’esaltazione e la paura di non poter più correre. È caduto quando sembrava invincibile ed è tornato quando molti lo consideravano finito.
Forse è proprio per questo che Ronaldo è diventato qualcosa di più di un campione.

Il Fenomeno non era perfetto. Era umano proprio quando sembrava sovrumano.

Oggi compie cinquant’anni quel bambino che giocava per strada in Brasile e che avrebbe finito per cambiare la storia del ruolo del centravanti. Cinquant’anni il ragazzo che fece innamorare Eindhoven, Barcellona e Madrid, ma che a Milano lasciò qualcosa di differente. Una storia tormentata, incompleta, bellissima proprio perché incapace di essere normale.

Il tempo gli ha tolto la velocità. Gli anni hanno trasformato il calciatore in un uomo che può finalmente voltarsi e guardare il viaggio.
Ma c’è qualcosa che il tempo non riesce a consumare.
Basta rivedere Ronaldo prendere palla, puntare un difensore e allungare il primo passo.

Per un attimo sappiamo già cosa succederà.
Eppure continuiamo a guardare.
Perché i grandi campioni appartengono alla storia. I Fenomeni, invece, appartengono alla memoria.
Buon compleanno Ronaldo.
50 anni fenomenali.

Ci sono campioni che si ricordano per ciò che hanno vinto. Altri per i gol, per i trofei, per le maglie indossate. Poi esistono calciatori per i quali tutto questo sembra quasi insufficiente. Perché hanno cambiato il modo di guardare il calcio.

Ronaldo Luís Nazário de Lima compie oggi 50 anni. Nato il 18 settembre 1976 a Itaguaí, nello Stato di Rio de Janeiro, arrivò al mondo in una famiglia con pochissimi mezzi. Il pallone, in quelle strade brasiliane, non era ancora una professione. Era libertà.Cinquant’anni dopo quel bambino è semplicemente il Fenomeno.

Non un soprannome costruito dal marketing. Una definizione quasi necessaria per spiegare qualcosa che, sul campo, sembrava non appartenere alle normali possibilità di un essere umano.

Ronaldo aveva il corpo di un centravanti e i piedi di un numero dieci. Partiva da fermo e in pochi metri diventava imprendibile. Saltava il primo uomo, il secondo, spesso anche il portiere. Possedeva una combinazione di tecnica, velocità, forza e istinto che alla metà degli anni Novanta sembrò anticipare di vent’anni l’evoluzione dell’attaccante moderno.

Cruzeiro, PSV Eindhoven, Barcellona

Ogni tappa aggiungeva qualcosa alla leggenda. Ma nell’estate del 1997 Massimo Moratti decise che quel ragazzo doveva vestire di nerazzurro. Ronaldo arrivò a Milano e trovò una città pronta ad accoglierlo come si accoglie una rockstar. Migliaia di persone lo aspettarono, l’Inter tornò improvvisamente al centro del mondo e il campionato italiano, allora probabilmente il più competitivo del pianeta, si preparò a conoscere un giocatore diverso da tutti gli altri.La prima stagione resta una sequenza di immagini.

Le accelerazioni impossibili

Le finte senza toccare il pallone. I portieri messi a sedere. Il derby. Mosca, con Ronaldo che sembrava galleggiare sul fango mentre tutti gli altri affondavano. Parigi, finale di Coppa UEFA contro la Lazio: lancio verso il numero 10, Marchegiani davanti, una serie di movimenti talmente rapidi da trasformare il portiere in una comparsa e poi il pallone depositato in rete.

Quella Coppa UEFA del 1998 rimase il grande trofeo della sua storia interista

Il suo primo Pallone d’Oro era arrivato pochi mesi prima, nel 1997. Il secondo sarebbe arrivato nel 2002.Ma raccontare Ronaldo soltanto attraverso le meraviglie sarebbe raccontarne metà.Perché la sua è stata anche una delle più struggenti storie di caduta e resurrezione che il calcio abbia conosciuto.

Il 21 novembre 1999 il ginocchio cominciò a chiedergli il conto. Poi arrivò il 12 aprile 2000, Olimpico di Roma, finale di Coppa Italia contro la Lazio. Ronaldo tornava dopo mesi. Entrò in campo. Sei minuti. Un movimento, il ginocchio che cedette, il Fenomeno a terra.Le sue urla e le sue lacrime fecero il giro del mondo.

Sembrava la fine

L’Inter lo aspettò. Moratti lo aspettò. I tifosi lo aspettarono. Perché il rapporto fra Ronaldo e il presidente nerazzurro andò sempre oltre quello tradizionale fra proprietario e calciatore. Moratti aveva acquistato il giocatore più forte del mondo e si ritrovò ad accompagnare un ragazzo attraverso il periodo più fragile della sua carriera.

Ronaldo avrebbe ricordato quell’affetto per tutta la vita.Il suo recupero richiese quasi due anni e il ritorno ad altissimo livello sembrava, per molti, semplicemente impossibile.

E invece Ronaldo fece Ronaldo

Nel 2002 si presentò al Mondiale quasi come una scommessa. Luiz Felipe Scolari credette in lui quando molti dubitavano che il suo corpo potesse ancora sopportare una competizione di quel livello.Segnò otto gol.Due arrivarono nella finale contro la Germania.Brasile campione del mondo.

Quel giocatore che pochi mesi prima cercava ancora di capire se sarebbe mai tornato davvero se stesso sollevava la Coppa del Mondo con quel curioso triangolino di capelli sulla fronte, diventato nel frattempo un’icona planetaria. La Seleção aveva ritrovato il suo numero nove e il Fenomeno aveva sconfitto la paura.E proprio mentre il mondo celebrava la sua resurrezione, Milano si preparava all’addio.

Pochi mesi prima c’era stato il 5 maggio 2002, la Lazio, lo scudetto perduto all’ultima giornata e quelle lacrime sulla panchina dell’Olimpico dopo la sostituzione. Poi il rapporto sempre più difficile con Héctor Cúper.Il legame fra i due era ormai logoro. Ronaldo mise Moratti davanti a una scelta: lui o l’allenatore. Il presidente decise di confermare Cúper e il Fenomeno partì per il Real Madrid.

Fu una separazione dolorosa

Anni dopo Ronaldo avrebbe ammesso di aver sbagliato a mettere Moratti con le spalle al muro. Cúper, dal canto suo, contestò sempre la versione secondo cui fosse stato lui la vera causa dell’addio.Restò comunque una frattura impossibile da ricomporre.

Per molti interisti quella partenza fu vissuta quasi come un tradimento.Forse perché l’amore era stato enorme.Con l’Inter Ronaldo giocò 99 partite e segnò 59 gol. I numeri raccontano qualcosa, ma non abbastanza. Non spiegano l’attesa quando prendeva palla a quaranta metri dalla porta. Non raccontano quella strana sensazione per cui lo stadio sembrava alzarsi in piedi un secondo prima che succedesse qualcosa. Non raccontano ciò che significò vedere un uomo con quella struttura fisica muoversi con la leggerezza di un fantasista.

Dopo Milano ci furono il Real Madrid, ancora gol e trofei, poi il Milan, il Corinthians e infine il tempo inevitabile dell’addio al calcio.Ma Ronaldo aveva già vinto la sua partita più importante.

Non quella contro la Germania a Yokohama, quella contro il proprio corpo

Ha conosciuto il Pallone d’Oro e le stampelle, gli stadi pieni e le sale operatorie, l’esaltazione e la paura di non poter più correre. È caduto quando sembrava invincibile ed è tornato quando molti lo consideravano finito.Forse è proprio per questo che Ronaldo è diventato qualcosa di più di un campione.

Il Fenomeno non era perfetto. Era umano proprio quando sembrava sovrumano.

Oggi compie cinquant’anni quel bambino che giocava per strada in Brasile e che avrebbe finito per cambiare la storia del ruolo del centravanti. Cinquant’anni il ragazzo che fece innamorare Eindhoven, Barcellona e Madrid, ma che a Milano lasciò qualcosa di differente. Una storia tormentata, incompleta, bellissima proprio perché incapace di essere normale.

Il tempo gli ha tolto la velocità. Gli anni hanno trasformato il calciatore in un uomo che può finalmente voltarsi e guardare il viaggio.Ma c’è qualcosa che il tempo non riesce a consumare.Basta rivedere Ronaldo prendere palla, puntare un difensore e allungare il primo passo.

Per un attimo sappiamo già cosa succederà.Eppure continuiamo a guardare.Perché i grandi campioni appartengono alla storia. I Fenomeni, invece, appartengono alla memoria.Buon compleanno Ronaldo.50 anni fenomenali.