Ci sono vittorie che valgono tre punti. E poi ce ne sono altre che pesano molto di più, perché arrivano quando il risultato non è soltanto una necessità di classifica, ma diventa una questione di orgoglio, di appartenenza, quasi di dignità sportiva. Quella conquistata dall’Inter sul terreno del Feyenoord appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Dopo la notte da dimenticare del derby, la squadra di Cristian Chivu era chiamata a dare una risposta. Non una risposta qualsiasi, ma un segnale forte, inequivocabile, capace di cancellare almeno in parte le scorie di una sconfitta che aveva lasciato ferite profonde, soprattutto nell’atteggiamento prima ancora che nel risultato.
E la risposta è arrivata
Forte, convincente, persino sorprendente per la determinazione con cui i nerazzurri hanno aggredito la partita fin dai primi minuti. L’Olanda, evidentemente, continua a portare fortuna a Cristian Chivu. Una terra che conosce bene, nella quale ha vissuto pagine importanti della propria carriera da calciatore e che, ancora una volta, gli ha restituito un sorriso. Stavolta, però, più del risultato conta il modo in cui è maturato.
Perché al De Kuip si è vista un’Inter diversa. Una squadra feroce nella riconquista del pallone, aggressiva sulle seconde palle, corta tra i reparti, determinata a comandare il gioco anziché subirlo. Un primo tempo giocato con un’intensità che, probabilmente, in questa stagione non si era ancora vista con una simile continuità. L’impressione è che il confronto tra allenatore e squadra, inevitabile dopo la brutta figura nella stracittadina, abbia prodotto qualcosa di importante. Non tanto sul piano tattico, quanto su quello mentale. L’Inter ha ritrovato quella cattiveria sportiva che troppo spesso aveva mostrato soltanto quando si trovava con le spalle al muro. Quasi avesse bisogno di subire uno schiaffo per ricordarsi della propria forza. A Rotterdam, invece, ha deciso di prendere in mano la partita fin dall’inizio, imponendo ritmo, personalità e qualità.
È questa, forse, la notizia più bella della serata. Sulle corsie esterne si sono rivisti due autentici protagonisti. Federico Dimarco, apparso rigenerato, ha percorso la fascia sinistra con una continuità impressionante, accompagnando ogni azione offensiva e garantendo quella profondità che era mancata nelle ultime uscite. Dall’altra parte Djed Spence ha risposto con altrettanta generosità, alternando accelerazioni, sovrapposizioni e un lavoro prezioso anche nella fase di non possesso. Due frecce capaci di allargare il campo, costringere gli avversari ad arretrare e restituire all’Inter una delle caratteristiche fondamentali del proprio calcio: la capacità di occupare gli spazi e far male attraverso le corsie laterali. Ma sarebbe riduttivo limitare l’analisi alle prestazioni individuali. A convincere è stata soprattutto la coralità della manovra, quella sensazione di vedere finalmente undici uomini muoversi seguendo un’unica idea.
È tornato anche il gol di Pio Esposito
E non è un dettaglio secondario. Il giovane attaccante, rimasto a secco nelle ultime uscite, aveva bisogno di ritrovare quella confidenza con la porta che rappresenta il nutrimento indispensabile per qualsiasi centravanti. La sua rete assume un valore ancora maggiore considerando l’assenza del capitano Lautaro Martínez, la cui leadership continua comunque a farsi sentire anche lontano dal terreno di gioco. Resta negli occhi, infatti, l’immagine del Toro che abbraccia e incoraggia i compagni prima della partenza per l’Olanda. Un gesto apparentemente semplice, ma dal significato profondo. Soprattutto dopo una sconfitta dolorosa come quella contro il Milan. Perché una squadra non si misura soltanto attraverso quello che riesce a produrre durante i novanta minuti, ma anche dalla capacità dei suoi uomini più rappresentativi di tenere unito il gruppo nei momenti difficili. E Lautaro, ancora una volta, ha dimostrato di essere capitano anche senza indossare gli scarpini. La vittoria di Rotterdam assume inoltre un peso specifico importante nel cammino europeo dei nerazzurri. La Champions League era cominciata in salita, con la sconfitta di Madrid e soprattutto con l’inatteso passo falso casalingo contro il Bruges. Il successo sofferto contro lo Shakhtar aveva rimesso in movimento la classifica, senza però cancellare del tutto le perplessità.
Contro il Feyenoord servivano punti
Ma, soprattutto, servivano certezze. E l’Inter è riuscita a conquistare entrambe. Tre gol segnati, nessuno subito e una prestazione nella quale il risultato appare la naturale conseguenza di una superiorità costruita attraverso l’atteggiamento. Una risposta anche a quei soliti avvoltoi che, al primo momento di difficoltà, tornano puntualmente a volteggiare sopra Appiano Gentile, pronti a trasformare una sconfitta nella sentenza definitiva su un progetto tecnico. È il destino delle grandi squadre, soprattutto di quelle che hanno abituato il proprio pubblico a vincere: ogni battuta d’arresto diventa una crisi, ogni errore un processo, ogni dubbio una condanna. Ma il calcio, fortunatamente, possiede una memoria molto meno isterica di chi pretende di giudicarlo dopo ogni singola partita. Naturalmente, una vittoria non può cancellare tutte le criticità emerse nel derby. Sarebbe un errore speculare a quello commesso da chi aveva già immaginato un’Inter improvvisamente ridimensionata. La strada è ancora lunga e le difficoltà torneranno. Quello che conta è aver ritrovato la capacità di affrontarle con lo spirito giusto.
Notizie positive e obiettivo Como
Tra le notizie positive della serata c’è anche il ritorno in campo di Benjamin Pavard, primo tassello di un’infermeria che Chivu spera di vedere progressivamente svuotarsi. Recuperare uomini ed energie diventerà fondamentale per affrontare una stagione nella quale campionato ed Europa non concederanno troppe pause. L’Inter aspetta di tornare a ranghi completi. Di ritrovare il proprio capitano, recuperare gli assenti e restituire profondità a una rosa chiamata a combattere su più fronti. Adesso all’orizzonte c’è il Como, un altro appuntamento da affrontare con la concentrazione mostrata in Olanda, prima di una sosta che potrà rivelarsi preziosa per ricompattare definitivamente il gruppo.
Il derby rimane una ferita aperta. E sarebbe sbagliato pensare che tre gol a Rotterdam possano cancellare automaticamente la delusione dei tifosi. Ma il calcio offre sempre una possibilità di riscatto a chi possiede la forza e l’umiltà di cercarla. Cristian Chivu e i suoi ragazzi l’hanno colta nel modo migliore. Perché, in fondo, la cosa più importante di questa notte olandese non è aver ritrovato la vittoria. È aver ritrovato l’Inter. E per chi ama questi colori, dopo il buio del derby, non poteva esserci notizia migliore. Per stanotte, gufi e avvoltoi sono pregati di scendere dal trespolo!
Ci sono vittorie che valgono tre punti. E poi ce ne sono altre che pesano molto di più, perché arrivano quando il risultato non è soltanto una necessità di classifica, ma diventa una questione di orgoglio, di appartenenza, quasi di dignità sportiva. Quella conquistata dall’Inter sul terreno del Feyenoord appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Dopo la notte da dimenticare del derby, la squadra di Cristian Chivu era chiamata a dare una risposta. Non una risposta qualsiasi, ma un segnale forte, inequivocabile, capace di cancellare almeno in parte le scorie di una sconfitta che aveva lasciato ferite profonde, soprattutto nell’atteggiamento prima ancora che nel risultato.
E la risposta è arrivata
Forte, convincente, persino sorprendente per la determinazione con cui i nerazzurri hanno aggredito la partita fin dai primi minuti. L’Olanda, evidentemente, continua a portare fortuna a Cristian Chivu. Una terra che conosce bene, nella quale ha vissuto pagine importanti della propria carriera da calciatore e che, ancora una volta, gli ha restituito un sorriso. Stavolta, però, più del risultato conta il modo in cui è maturato.
Perché al De Kuip si è vista un’Inter diversa. Una squadra feroce nella riconquista del pallone, aggressiva sulle seconde palle, corta tra i reparti, determinata a comandare il gioco anziché subirlo. Un primo tempo giocato con un’intensità che, probabilmente, in questa stagione non si era ancora vista con una simile continuità. L’impressione è che il confronto tra allenatore e squadra, inevitabile dopo la brutta figura nella stracittadina, abbia prodotto qualcosa di importante. Non tanto sul piano tattico, quanto su quello mentale. L’Inter ha ritrovato quella cattiveria sportiva che troppo spesso aveva mostrato soltanto quando si trovava con le spalle al muro. Quasi avesse bisogno di subire uno schiaffo per ricordarsi della propria forza. A Rotterdam, invece, ha deciso di prendere in mano la partita fin dall’inizio, imponendo ritmo, personalità e qualità.
È questa, forse, la notizia più bella della serata. Sulle corsie esterne si sono rivisti due autentici protagonisti. Federico Dimarco, apparso rigenerato, ha percorso la fascia sinistra con una continuità impressionante, accompagnando ogni azione offensiva e garantendo quella profondità che era mancata nelle ultime uscite. Dall’altra parte Djed Spence ha risposto con altrettanta generosità, alternando accelerazioni, sovrapposizioni e un lavoro prezioso anche nella fase di non possesso. Due frecce capaci di allargare il campo, costringere gli avversari ad arretrare e restituire all’Inter una delle caratteristiche fondamentali del proprio calcio: la capacità di occupare gli spazi e far male attraverso le corsie laterali. Ma sarebbe riduttivo limitare l’analisi alle prestazioni individuali. A convincere è stata soprattutto la coralità della manovra, quella sensazione di vedere finalmente undici uomini muoversi seguendo un’unica idea.
È tornato anche il gol di Pio Esposito
E non è un dettaglio secondario. Il giovane attaccante, rimasto a secco nelle ultime uscite, aveva bisogno di ritrovare quella confidenza con la porta che rappresenta il nutrimento indispensabile per qualsiasi centravanti. La sua rete assume un valore ancora maggiore considerando l’assenza del capitano Lautaro Martínez, la cui leadership continua comunque a farsi sentire anche lontano dal terreno di gioco. Resta negli occhi, infatti, l’immagine del Toro che abbraccia e incoraggia i compagni prima della partenza per l’Olanda. Un gesto apparentemente semplice, ma dal significato profondo. Soprattutto dopo una sconfitta dolorosa come quella contro il Milan. Perché una squadra non si misura soltanto attraverso quello che riesce a produrre durante i novanta minuti, ma anche dalla capacità dei suoi uomini più rappresentativi di tenere unito il gruppo nei momenti difficili. E Lautaro, ancora una volta, ha dimostrato di essere capitano anche senza indossare gli scarpini. La vittoria di Rotterdam assume inoltre un peso specifico importante nel cammino europeo dei nerazzurri. La Champions League era cominciata in salita, con la sconfitta di Madrid e soprattutto con l’inatteso passo falso casalingo contro il Bruges. Il successo sofferto contro lo Shakhtar aveva rimesso in movimento la classifica, senza però cancellare del tutto le perplessità.
Contro il Feyenoord servivano punti
Ma, soprattutto, servivano certezze. E l’Inter è riuscita a conquistare entrambe. Tre gol segnati, nessuno subito e una prestazione nella quale il risultato appare la naturale conseguenza di una superiorità costruita attraverso l’atteggiamento. Una risposta anche a quei soliti avvoltoi che, al primo momento di difficoltà, tornano puntualmente a volteggiare sopra Appiano Gentile, pronti a trasformare una sconfitta nella sentenza definitiva su un progetto tecnico. È il destino delle grandi squadre, soprattutto di quelle che hanno abituato il proprio pubblico a vincere: ogni battuta d’arresto diventa una crisi, ogni errore un processo, ogni dubbio una condanna. Ma il calcio, fortunatamente, possiede una memoria molto meno isterica di chi pretende di giudicarlo dopo ogni singola partita. Naturalmente, una vittoria non può cancellare tutte le criticità emerse nel derby. Sarebbe un errore speculare a quello commesso da chi aveva già immaginato un’Inter improvvisamente ridimensionata. La strada è ancora lunga e le difficoltà torneranno. Quello che conta è aver ritrovato la capacità di affrontarle con lo spirito giusto.
Notizie positive e obiettivo Como
Tra le notizie positive della serata c’è anche il ritorno in campo di Benjamin Pavard, primo tassello di un’infermeria che Chivu spera di vedere progressivamente svuotarsi. Recuperare uomini ed energie diventerà fondamentale per affrontare una stagione nella quale campionato ed Europa non concederanno troppe pause. L’Inter aspetta di tornare a ranghi completi. Di ritrovare il proprio capitano, recuperare gli assenti e restituire profondità a una rosa chiamata a combattere su più fronti. Adesso all’orizzonte c’è il Como, un altro appuntamento da affrontare con la concentrazione mostrata in Olanda, prima di una sosta che potrà rivelarsi preziosa per ricompattare definitivamente il gruppo.
Il derby rimane una ferita aperta. E sarebbe sbagliato pensare che tre gol a Rotterdam possano cancellare automaticamente la delusione dei tifosi. Ma il calcio offre sempre una possibilità di riscatto a chi possiede la forza e l’umiltà di cercarla. Cristian Chivu e i suoi ragazzi l’hanno colta nel modo migliore. Perché, in fondo, la cosa più importante di questa notte olandese non è aver ritrovato la vittoria. È aver ritrovato l’Inter. E per chi ama questi colori, dopo il buio del derby, non poteva esserci notizia migliore. Per stanotte, gufi e avvoltoi sono pregati di scendere dal trespolo!