King Kazu, il gol contro il tempo: Miura segna ancora a 59 anni

 

Ci sono calciatori che attraversano un’epoca. Kazuyoshi Miura, invece, sembra aver deciso di attraversarle tutte. A 59 anni l’eterno attaccante giapponese lo scorso mese ha firmato una doppietta in Coppa dell’Imperatore e ha aggiunto un’altra pagina a una carriera che ormai appartiene più alla letteratura del calcio che alle semplici statistiche.

Il record a 59 anni

Ci sono momenti nei quali la carta d’identità dovrebbe suggerire prudenza. Altri nei quali dovrebbe imporre una resa definitiva. Poi c’è Kazuyoshi Miura, che evidentemente considera l’anagrafe poco più di una fastidiosa formalità burocratica. A cinquantanove anni, quando per molti ex calciatori il campo è ormai un luogo da osservare dalla tribuna, da uno studio televisivo o magari dalla panchina, “King Kazu” continua ad allacciarsi gli scarpini, ad allenarsi, a presentarsi negli spogliatoi e soprattutto a segnare.       Lo ha fatto ancora. Due volte.
Con la maglia del Fukushima United, nella Coppa dell’Imperatore, Miura ha trasformato due calci di rigore nella vittoria per 7-0 contro l’Oyama Soccer Club, diventando a 59 anni, 5 mesi e 24 giorni il marcatore più anziano nella storia della competizione. Un primato che apparteneva a Shinji Ono, fermatosi, si fa per dire, a 41 anni. Miura è arrivato quasi diciotto anni più in là. Ma forse limitarsi al record significa persino raccontare male questa storia.
Perché la cosa più bella non sono i numeri. È guardare quelle immagini.
Miura che segna. Miura che corre. Miura che sorride. E intorno a lui ragazzi nati quando la sua carriera era già diventata storia, compagni che per differenza d’età potrebbero tranquillamente essere suoi figli e, forzando appena la metafora, quasi suoi nipoti. Gli saltano addosso, lo abbracciano, lo festeggiano come si festeggia uno di loro.   Ed è lì che il calcio torna improvvisamente semplice. Un pallone, una porta, un gol, degli uomini felici.

 

Il passato in Italia nel 1994 

Chi scrive, nell’estate del 1994, aveva diciotto anni.
Kazuyoshi Miura arrivò allora in Italia per giocare nel Genoa e, a ripensarci oggi, sembra davvero di parlare di un altro mondo. Non c’erano social network, non esisteva YouTube, internet non aveva ancora cancellato le distanze e vedere un calciatore giapponese nella Serie A delle “sette sorelle produceva quasi la stessa curiosità che avrebbe suscitato un giocatore arrivato da un pianeta sconosciuto.     Il nostro immaginario calcistico nipponico era costruito soprattutto attraverso la televisione dei ragazzi.
Il Giappone del pallone, per molti italiani, significava “Holly e Benji”, campi apparentemente lunghi chilometri, palloni che rimanevano sospesi in aria per interi pomeriggi e tiri capaci di deformare le reti. Oppure significava “Arrivano i Superboys”, con l’indimenticabile Shingo Tamai e quel calcio meravigliosamente esagerato che aveva alimentato l’infanzia di una generazione nata negli anni ‘70. Poi, improvvisamente, dal cartone animato si passò alla Serie A.
C’era davvero un giapponese.
E giocava nel Genoa!
Miura era molto più importante di quanto noi, dall’altra parte del mondo, potessimo comprendere. Era già il volto del nascente calcio professionistico nipponico, l’uomo simbolo di una J.League appena nata e affamata di popolarità. Nel 1993 era stato eletto MVP della prima edizione del nuovo campionato professionistico giapponese dopo una stagione da 20 reti con il Verdy Kawasaki. Ma soprattutto aveva alle spalle una storia che sembrava già allora scritta per il cinema.
Da ragazzo aveva lasciato il Giappone per inseguire il calcio in Brasile, quando farlo significava davvero partire verso l’ignoto. Aveva imparato il mestiere nella patria del “futebol bailado”, era passato anche dal Santos e poi era tornato in Giappone, diventando una delle facce della rivoluzione calcistica del Paese. L’Italia fu un altro passaggio di frontiera. Nella stagione 1994-95 diventò il primo calciatore giapponese a giocare in Serie A. Il suo debutto contro il Milan fu traumatico, con un grave infortunio al volto, ma qualche mese dopo arrivò il momento che ancora oggi lo lega indissolubilmente alla nostra memoria calcistica.   4 dicembre 1994. Derby della Lanterna.      Genoa-Sampdoria. Miura segnò.
Non una partita qualunque, non un gol qualunque. Il primo gol di un calciatore giapponese nella nostra Serie A arrivò proprio nel derby di Genova, davanti a uno stadio che in quegli anni sembrava ribollire a ogni partita. Il Genoa perderà 3-2, ma quella rete rimarrà per sempre sua. L’esperienza italiana non fu lunga e nemmeno travolgente dal punto di vista realizzativo. Ma oggi appare chiarissimo quanto quel passaggio avesse un valore che andava molto oltre il rendimento di una singola stagione.

Il calcio si evolve ma Miura continua con voglia e coraggio

Miura apriva una porta.
Dopo di lui sarebbero arrivati Hidetoshi Nakata, Shunsuke Nakamura, Yuto Nagatomo e tanti altri. Il calciatore giapponese avrebbe smesso di essere una curiosità esotica per diventare una presenza perfettamente naturale nel grande calcio europeo.
King Kazu, in qualche modo, era arrivato prima. E mentre il mondo intorno a lui cambiava, lui continuava a giocare. Ha attraversato il calcio analogico e quello digitale. Ha conosciuto gli stadi senza maxischermi e quelli trasformati in enormi piattaforme tecnologiche. Ha giocato quando le partite si guardavano alla domenica pomeriggio e continua a farlo nell’epoca delle clip da quindici secondi su TikTok. Ha visto nascere la J.League, diventare grande la nazionale giapponese e trasformarsi completamente il peso del calcio asiatico sulla scena internazionale. Con il Giappone ha segnato 55 reti in 89 presenze ufficialmente riconosciute dalla federazione, diventando uno dei grandi simboli dei Samurai Blue. Ha vissuto la terribile notte di Doha del 1993, quando la qualificazione al Mondiale americano sfumò praticamente all’ultimo respiro. Quattro anni dopo contribuì in maniera decisiva alle qualificazioni per Francia ’98, ma venne clamorosamente escluso dalla lista definitiva proprio alla vigilia del primo storico Mondiale del Giappone.  Una ferita che avrebbe potuto rappresentare il tramonto. Per lui fu soltanto un’altra tappa. Miura ha continuato. In Giappone, in Croazia, in Australia, in Portogallo. Ha cambiato squadre, continenti, categorie, allenatori, preparatori, compagni e generazioni.
Non ha cambiato una cosa soltanto: la voglia di essere un calciatore. Ed è forse questo il segreto più affascinante di tutta la sua storia.
Perché a 59 anni non basta essere appassionati per entrare in campo con dei professionisti. Occorre allenarsi. Occorre accettare la fatica quotidiana. Occorre curare il proprio corpo. Occorre presentarsi ogni mattina sapendo che il ragazzo che ti corre accanto ha magari trentacinque anni meno di te!                                       E bisogna volerlo davvero.
La longevità di Miura ha ormai superato il confine della statistica per diventare una forma di resistenza sentimentale.
Il calcio professionistico cerca continuamente il futuro. Compra diciottenni, studia algoritmi, misura potenziale, accelerazioni, chilometri percorsi, percentuali di rivendita. Miura sembra invece ricordargli che da qualche parte, sotto tutti quei numeri, esiste ancora il bambino che vuole semplicemente continuare a giocare.

Quarantadue stagioni da professionista. Una carriera cominciata nel 1986 in Brasile. Compagni che sono diventati allenatori, dirigenti, commentatori e nonni mentre lui continua a chiedere una maglia e un pallone. 
E adesso persino una doppietta a 59 anni.
Qualcuno potrà osservare che sono arrivati su calcio di rigore. Ed è proprio questo il punto: bisogna esserci, su quel dischetto.                                                               Bisogna essere ancora dentro una partita ufficiale.
Bisogna aver meritato un posto in quella squadra.
Bisogna avere il coraggio di prendere il pallone, sistemarlo a undici metri dalla porta e sapere che, a quasi sessant’anni, tutti stanno aspettando te.
Miura lo ha fatto due volte.
Poi sono arrivati gli abbracci.
Ed è probabilmente quella la fotografia destinata a rimanere.
King Kazu in mezzo ai suoi giovani compagni, inghiottito da una festa che sembra cancellare per qualche secondo qualsiasi differenza generazionale. Non c’è un veterano da omaggiare e non ci sono ragazzi costretti a celebrare una vecchia gloria.                                                                                                                                   Ci sono semplicemente dei calciatori che festeggiano un gol. Forse è questo il più grande successo di Kazuyoshi Miura. Non essere diventato una statua.  Essere rimasto uno di loro.  Nel 1994 guardavamo quel ragazzo arrivato dall’Estremo Oriente con la stessa curiosità con cui avevamo seguito Holly, Benji e Shingo Tamai. Trentadue anni più tardi siamo ancora qui a guardarlo giocare.

Solo che adesso i capelli sono diventati grigi, le generazioni sono cambiate e il pallone continua incredibilmente a finire in porta.
A febbraio compirà sessant’anni.
Chissà se finalmente penserà di smettere.
Oppure se, conoscendolo, starà già pensando soltanto al prossimo gol.
Perché certi uomini combattono contro gli avversari.
King Kazu, da quarant’anni, gioca contro il tempo.
E per il momento sta ancora vincendo.

 

Ci sono calciatori che attraversano un’epoca. Kazuyoshi Miura, invece, sembra aver deciso di attraversarle tutte. A 59 anni l’eterno attaccante giapponese lo scorso mese ha firmato una doppietta in Coppa dell’Imperatore e ha aggiunto un’altra pagina a una carriera che ormai appartiene più alla letteratura del calcio che alle semplici statistiche.

Il record a 59 anni

Ci sono momenti nei quali la carta d’identità dovrebbe suggerire prudenza. Altri nei quali dovrebbe imporre una resa definitiva. Poi c’è Kazuyoshi Miura, che evidentemente considera l’anagrafe poco più di una fastidiosa formalità burocratica. A cinquantanove anni, quando per molti ex calciatori il campo è ormai un luogo da osservare dalla tribuna, da uno studio televisivo o magari dalla panchina, “King Kazu” continua ad allacciarsi gli scarpini, ad allenarsi, a presentarsi negli spogliatoi e soprattutto a segnare.       Lo ha fatto ancora. Due volte.Con la maglia del Fukushima United, nella Coppa dell’Imperatore, Miura ha trasformato due calci di rigore nella vittoria per 7-0 contro l’Oyama Soccer Club, diventando a 59 anni, 5 mesi e 24 giorni il marcatore più anziano nella storia della competizione. Un primato che apparteneva a Shinji Ono, fermatosi, si fa per dire, a 41 anni. Miura è arrivato quasi diciotto anni più in là. Ma forse limitarsi al record significa persino raccontare male questa storia.Perché la cosa più bella non sono i numeri. È guardare quelle immagini.Miura che segna. Miura che corre. Miura che sorride. E intorno a lui ragazzi nati quando la sua carriera era già diventata storia, compagni che per differenza d’età potrebbero tranquillamente essere suoi figli e, forzando appena la metafora, quasi suoi nipoti. Gli saltano addosso, lo abbracciano, lo festeggiano come si festeggia uno di loro.   Ed è lì che il calcio torna improvvisamente semplice. Un pallone, una porta, un gol, degli uomini felici.

 

Il passato in Italia nel 1994 

Chi scrive, nell’estate del 1994, aveva diciotto anni.Kazuyoshi Miura arrivò allora in Italia per giocare nel Genoa e, a ripensarci oggi, sembra davvero di parlare di un altro mondo. Non c’erano social network, non esisteva YouTube, internet non aveva ancora cancellato le distanze e vedere un calciatore giapponese nella Serie A delle “sette sorelle” produceva quasi la stessa curiosità che avrebbe suscitato un giocatore arrivato da un pianeta sconosciuto.     Il nostro immaginario calcistico nipponico era costruito soprattutto attraverso la televisione dei ragazzi.Il Giappone del pallone, per molti italiani, significava “Holly e Benji”, campi apparentemente lunghi chilometri, palloni che rimanevano sospesi in aria per interi pomeriggi e tiri capaci di deformare le reti. Oppure significava “Arrivano i Superboys”, con l’indimenticabile Shingo Tamai e quel calcio meravigliosamente esagerato che aveva alimentato l’infanzia di una generazione nata negli anni ‘70. Poi, improvvisamente, dal cartone animato si passò alla Serie A.C’era davvero un giapponese.E giocava nel Genoa!Miura era molto più importante di quanto noi, dall’altra parte del mondo, potessimo comprendere. Era già il volto del nascente calcio professionistico nipponico, l’uomo simbolo di una J.League appena nata e affamata di popolarità. Nel 1993 era stato eletto MVP della prima edizione del nuovo campionato professionistico giapponese dopo una stagione da 20 reti con il Verdy Kawasaki. Ma soprattutto aveva alle spalle una storia che sembrava già allora scritta per il cinema.Da ragazzo aveva lasciato il Giappone per inseguire il calcio in Brasile, quando farlo significava davvero partire verso l’ignoto. Aveva imparato il mestiere nella patria del “futebol bailado”, era passato anche dal Santos e poi era tornato in Giappone, diventando una delle facce della rivoluzione calcistica del Paese. L’Italia fu un altro passaggio di frontiera. Nella stagione 1994-95 diventò il primo calciatore giapponese a giocare in Serie A. Il suo debutto contro il Milan fu traumatico, con un grave infortunio al volto, ma qualche mese dopo arrivò il momento che ancora oggi lo lega indissolubilmente alla nostra memoria calcistica.   4 dicembre 1994. Derby della Lanterna.      Genoa-Sampdoria. Miura segnò.Non una partita qualunque, non un gol qualunque. Il primo gol di un calciatore giapponese nella nostra Serie A arrivò proprio nel derby di Genova, davanti a uno stadio che in quegli anni sembrava ribollire a ogni partita. Il Genoa perderà 3-2, ma quella rete rimarrà per sempre sua. L’esperienza italiana non fu lunga e nemmeno travolgente dal punto di vista realizzativo. Ma oggi appare chiarissimo quanto quel passaggio avesse un valore che andava molto oltre il rendimento di una singola stagione.

Il calcio si evolve ma Miura continua con voglia e coraggio

Miura apriva una porta.Dopo di lui sarebbero arrivati Hidetoshi Nakata, Shunsuke Nakamura, Yuto Nagatomo e tanti altri. Il calciatore giapponese avrebbe smesso di essere una curiosità esotica per diventare una presenza perfettamente naturale nel grande calcio europeo.King Kazu, in qualche modo, era arrivato prima. E mentre il mondo intorno a lui cambiava, lui continuava a giocare. Ha attraversato il calcio analogico e quello digitale. Ha conosciuto gli stadi senza maxischermi e quelli trasformati in enormi piattaforme tecnologiche. Ha giocato quando le partite si guardavano alla domenica pomeriggio e continua a farlo nell’epoca delle clip da quindici secondi su TikTok. Ha visto nascere la J.League, diventare grande la nazionale giapponese e trasformarsi completamente il peso del calcio asiatico sulla scena internazionale. Con il Giappone ha segnato 55 reti in 89 presenze ufficialmente riconosciute dalla federazione, diventando uno dei grandi simboli dei Samurai Blue. Ha vissuto la terribile notte di Doha del 1993, quando la qualificazione al Mondiale americano sfumò praticamente all’ultimo respiro. Quattro anni dopo contribuì in maniera decisiva alle qualificazioni per Francia ’98, ma venne clamorosamente escluso dalla lista definitiva proprio alla vigilia del primo storico Mondiale del Giappone.  Una ferita che avrebbe potuto rappresentare il tramonto. Per lui fu soltanto un’altra tappa. Miura ha continuato. In Giappone, in Croazia, in Australia, in Portogallo. Ha cambiato squadre, continenti, categorie, allenatori, preparatori, compagni e generazioni.Non ha cambiato una cosa soltanto: la voglia di essere un calciatore. Ed è forse questo il segreto più affascinante di tutta la sua storia.Perché a 59 anni non basta essere appassionati per entrare in campo con dei professionisti. Occorre allenarsi. Occorre accettare la fatica quotidiana. Occorre curare il proprio corpo. Occorre presentarsi ogni mattina sapendo che il ragazzo che ti corre accanto ha magari trentacinque anni meno di te!                                       E bisogna volerlo davvero.La longevità di Miura ha ormai superato il confine della statistica per diventare una forma di resistenza sentimentale.Il calcio professionistico cerca continuamente il futuro. Compra diciottenni, studia algoritmi, misura potenziale, accelerazioni, chilometri percorsi, percentuali di rivendita. Miura sembra invece ricordargli che da qualche parte, sotto tutti quei numeri, esiste ancora il bambino che vuole semplicemente continuare a giocare.

Quarantadue stagioni da professionista. Una carriera cominciata nel 1986 in Brasile. Compagni che sono diventati allenatori, dirigenti, commentatori e nonni mentre lui continua a chiedere una maglia e un pallone. E adesso persino una doppietta a 59 anni.Qualcuno potrà osservare che sono arrivati su calcio di rigore. Ed è proprio questo il punto: bisogna esserci, su quel dischetto.                                                               Bisogna essere ancora dentro una partita ufficiale.Bisogna aver meritato un posto in quella squadra.Bisogna avere il coraggio di prendere il pallone, sistemarlo a undici metri dalla porta e sapere che, a quasi sessant’anni, tutti stanno aspettando te.Miura lo ha fatto due volte.Poi sono arrivati gli abbracci.Ed è probabilmente quella la fotografia destinata a rimanere.King Kazu in mezzo ai suoi giovani compagni, inghiottito da una festa che sembra cancellare per qualche secondo qualsiasi differenza generazionale. Non c’è un veterano da omaggiare e non ci sono ragazzi costretti a celebrare una vecchia gloria.                                                                                                                                   Ci sono semplicemente dei calciatori che festeggiano un gol. Forse è questo il più grande successo di Kazuyoshi Miura. Non essere diventato una statua.  Essere rimasto uno di loro.  Nel 1994 guardavamo quel ragazzo arrivato dall’Estremo Oriente con la stessa curiosità con cui avevamo seguito Holly, Benji e Shingo Tamai. Trentadue anni più tardi siamo ancora qui a guardarlo giocare.

Solo che adesso i capelli sono diventati grigi, le generazioni sono cambiate e il pallone continua incredibilmente a finire in porta.A febbraio compirà sessant’anni.Chissà se finalmente penserà di smettere.Oppure se, conoscendolo, starà già pensando soltanto al prossimo gol.Perché certi uomini combattono contro gli avversari.King Kazu, da quarant’anni, gioca contro il tempo.E per il momento sta ancora vincendo.